Gazzetta di Modena

Modena

«Finale da sciogliere, diffusa illegalità»

di Francesco Dondi
«Finale da sciogliere, diffusa illegalità»

La relazione degli ispettori: «Evitare che l’amministrazione rimanga permeabile all’influenza della criminalità organizzata»

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FINALE. Se la decisione spettasse ai tre commissari prefettizi, il Comune di Finale andrebbe sciolto. Toccherà invece alla politica di alto rango - il ministero dell’Interno e il Consiglio dei ministri - decidere sul futuro del Comune simbolo del terremoto, che già paga dazione con l’incriminazione dell’ex capo ufficio Lavori Pubblici nell’inchiesta Aemilia. Ma quello che i tre ispettori fotografano, come racconta in esclusiva il settimanale “L’Espresso, in un articolo di Giovanni Tizian, oggi in edicola, è una situazione di “diffusa illegalità” e di «diffuso cattivo funzionamento di alcuni settori dell’amministrazione sensibili agli interessi economici dei sodalizi criminali». Un’analisi durissima che porta a concludere che “è necessario evitare che tale amministrazione rimanga permeabile all’influenza della criminalità organizzata”. Come? Attenendosi alle indicazioni dell’articolo 143 del Tuel: scioglimento per infiltrazione mafiosi o condizionamenti esterni oppure sostituzione dei dirigenti.

Si torna quindi alla politica con il ministro Alfano che dovrà farsi carico di una scelta su cui il Pd regionale e nazionale non potrà certo fare da spettatore. Perché, comunque la si guardi, Finale è il primo Comune emiliano che rischia lo scioglimento, ancor prima di Brescello dopo un’analoga commissione prefettizia lavorerà sei mesi per verificare la permeabilità del municipio alle infiltrazioni della ’ndrangheta. Brescello è il fortino dei Grandi Aracri, il clan che a Finale è arrivato sotto traccia, grazie - dicono gli atti dell’accusa del processo Aemilia - alla famiglia Bianchini anche per mezzo del legame con Gerrini.

È infatti il legame tra l’imprenditore sanfeliciano e il tecnico comunale a fare da filo conduttore alla relazione finale. Si ripercorrono, anche grazie alle testimonianze di dipendenti e politici, quel rapporto ai più conosciuto seppur sospetto. Ma sull’ufficio Lavori Pubblici viene aperto un focus molto più ampio, da cui emerge come su 55 appalti analizzati nel post-terremoto, ben 17 fossero senza verifica antimafia. E cioè, Gerrini non aveva chiesto né cercato riscontri di legalità. Una situazione segnalata nel 2014 da un altro funzionario, che ha ricordato come il tecnico imputato nel processo “Aemilia” facesse riferimento soltanto al sindaco Ferioli. Curioso poi scoprire come Gerrini fu premiato dall’organo di valutazione - poi sostituito - “con riconoscimenti di incentivi economici per le tante pratiche evase”, si legge nel dossier, “anche se attraverso procedure quanto meno diffusamente irrispettose della normativa e risultate in più occasioni a vantaggio di società vicine alla criminalità organizzata di stampo mafioso”.

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