Gazzetta di Modena

Modena

BEPPE ZAGAGLIA

«Unificazione? Sì come le multisala nei cinema di oggi»

«Non ci sono più i cinema di una volta, ci sono le multisale. E allora perché due licei classici di una città di media grandezza non possono fondersi e diventare uno solo e più grande? Senza rivalità?...

3 MINUTI DI LETTURA





«Non ci sono più i cinema di una volta, ci sono le multisale. E allora perché due licei classici di una città di media grandezza non possono fondersi e diventare uno solo e più grande? Senza rivalità?».

Con un paragone irriverente, il fotografo Beppe Zagaglia scatta l’istantanea della fusione. Lui, classe 1933, non rinuncia all’ironia neppure se parla della sua maturità. «Ci trovammo assieme ai professori alla cena di fine scuola - racconta - La guerra era finita da poco, le tensioni sociali erano enormi ma la professoressa Litta Vaccari non ci pensò un attimo a dirci cosa pensava di noi. “Siete una manica d’ignoranti, molto peggio dei vostri colleghi dell’anno scorso”. Ma sì, aveva ragione lei, non lo nego. A noi piacevano gli scherzi e infatti io entrai nella goliardia universitaria immediatamente, mentre i giovani che si erano diplomati l’anno precedente diventarono principi del foro come l’avvocato Mattioli, star del teatro come l’attore Vannucchi o Danilo Morini, politico di lungo corso nella Dc, oppure ancora il giudice Cornia. Ma io sto parlando dei giovani della mia età, siamo fuori gioco».

Questo irriducibile ragazzo di 82 anni non si mette nell’elenco. Eppure anche lui ci ha messo del suo per tenere alta la bandiera di Modena.

Ereditata dal padre la prestigiosa ditta di tessuti che porta il nome di famiglia, ci ha messo alcuni decenni a laurearsi in medicina; nel frattempo è diventato un fotografo d’arte famoso ovunque anche se il suo mondo interiore ruota intorno alla Ghirlandina, dove passa ogni mattina da sessantacinque anni.

«Lo conosco anch’io quel detto sul collegio S. Carlo e gli asini - annuisce - I muratoriani ce lo sbattevano in faccia ogni volta e noi li ripagavamo con uguale moneta. Dicevamo che loro erano degli invidiosi, perché noi eravamo un collegio di nobili».

Una rivalità che oggi viene vista dalle giovani generazioni come qualcosa di folkloristico.

Molti anni sono passati da quel 1970 in cui l’antico collegio che era diventata la cittadella dell’istruzione di stampo cattolico passò sotto lo Stato. Prima di quella data era l’emblema dei conservatori, il baluardo cattolico che preparava una futura classe dirigente, già orientata ideologicamente.

Si accedeva anche su presentazione dei parroci, il preside un laico, il prof. Pedrazzoli, ma il rettore era un sacerdote, mons. Camillo Pezzuoli. C’era la retta da pagare e questo le famiglie lo accettavano malvolentieri anche se era il prezzo da pagare per chi veniva dalla montagna o dalla Bassa e non aveva parenti per essere ospitato. C’era il convitto, un piatto caldo, un tetto sulla testa e la disciplina assicurata.

I genitori volevano figli senza grilli per testa ma con il passaporto per l’università, il diploma del classico permetteva l’iscrizione ovunque e senza esami d’ammissione. La questione della retta fu per anni la gogna dei sancarlini, accusati dai muratoriani di comprarsi il diploma. «Un’infamia - protesta ancora oggi Zagaglia, scherzosamente burbero - Io avevo in greco Roteglia e fischiavano i 4 e i 5 a bizzeffe. Il ginnasio lo feci al S.Giuseppe e con il latino me la cavavo, ma il greco ... Però la promozione ce la siamo sudata».

Saverio Cioce

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google