Dal Saharawi alla casa degli amici
Formigine. Tre ragazze, curate al Policlinico, ospitate nella foresteria comunale
FORMIGINE. Continuano i progetti con il popolo Saharawi. Nei prossimi giorni tre ragazzine saranno accolte nella nuova “casa degli amici” di Villa Sabbatini. Nella Guest House potranno riposare dopo le cure per la calcolosi renale al Policlinico. Il progetto va avanti ormai da vent’anni ed è seguito dall’associazione di solidarietà Kabara Lagdaf. «Lo Stato del Sahara Occidentale è forse l’ultimo dell’Africa in attesa di decolonizzazione - ha spiegato Fabio Campioli, presidente dell’associazione fondata nel 1993 - essendo passato dalla colonizzazione spagnola a quella marocchina. Una parte s’è rifugiata in Algeria». Il Comune di Formigine ha rinnovato il Patto di Amicizia con la “daira” (distretto, in arabo) di Edchera (nella foto la firma ndr). Un accordo che l’anno prossimo compirà vent’anni. La sigla è giunta nel livornese, a Castiglioncello di Rosignano, durante un incontro con rappresentanti saharawi e il senatore modenese Stefano Vaccari, presidente dell’intergruppo parlamentare di solidarietà con il popolo del Sahara Occidentale. L’assessore comunale al Terzo Settore, Simona Sarracino, ha ricordato le sessanta realtà presenti in regione. «Siamo stati i primi a nascere - ha ribadito Campioli - in tutta l’Emilia Romagna. I saharawi hanno fatto la scelta di affidare all’Onu la risoluzione dei loro conflitti. Non fanno attentati né lanciano bombe, ma sviluppano rapporti politici e progetti di cooperazione internazionale». Il presidente chiama “piccoli ambasciatori” i visitatori che, periodicamente, sono accolti sul territorio provinciale. «Nel corso del tempo abbiamo formato un progetto sanitario - ha sottolineato Campioli - in cui tecnici saharawi fanno ecografie a decine di migliaia di bambini. Quelli che hanno casi più gravi giungono a Modena per il progetto del Policlinico, per gli altri organizziamo missioni sanitarie. Per darci una mano basta la buona volontà». Alcuni scelgono di rimanere. «Sono qui da quindici anni - ha concluso Omar Zain - grazie all’associazione. Sono stato affidato a una famiglia italiana. Do una mano con le traduzioni dall’arabo all’italiano».
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