Estorsioni dei Casalesi a Modena: chiesti 15 anni e 600mila euro per Di Puorto e il contabile Raviola
Il caso dell’estorsione all’estetista di via Respighi a Modena, la Dda chiede per ciascuno dei due imputati 7 anni e 6 mesi di carcere, la parte civile chiede per le due vittime in tutto 620mila euro di riarcimenti e 300mila euro di provvisionale. Il pm Antimafia: «Per Di Puorto e Raviola anche l’aggravante del metodo mafioso». Ma la difesa nega e chiede per entrambi l'assoluzione
MODENA. Sigismondo Di Puorto, 42 anni, il referente modenese dei clan dei casalesi, e il contabile Paolo Raviola, 51 anni, hanno agito come un sodalizio camorrista per estorcere denaro. Anche se fossero stati sganciati da ogni clan, usavano metodi da camorristi per far sì che la titolare del centro estetico di via Respighi credesse che loro avrebbero chiuso la sua pendenza da 180 mila euro con un artigiano e allo stesso tempo trattenere quei soldi che lei dava tenendo sotto scacco, minacciando e anche picchiando l’artigiano.
In estrema sintesi, questa è la ragione per la quale ieri il pm dell’Antimafia di Bologna Enrico Cieri ha concluso la sua requisitoria chiedendo che i due imputati vengano condannati a 7 anni e 6 mesi ciascuno tenendo anche conto dell’Articolo 7, l’aggravante del metodo mafioso, che a suo avviso rientra a pieno titolo nella vicenda.
A rincarare la dose sono arrivate le richieste le parti civili - ovvero la titolare del centro estetico e l’artigiano - che hanno chiesto in tutto 620 mila euro di risarcimenti e una provvisionale globale di 300mila euro. La difesa dei due, gli avvocati Giuseppe Inglima e Pietro Chianese, hanno al contrario chiesto l’assoluzione (per Di Puorto con formula dubitativa).
Si chiude così un importante processo che ha tolto il velo a un mondo di malaffare legato alla presenza sul territorio modenese del “clan dei casalesi”. In particolare, è stato Alfonso Perrone, “O Pazzo”, a rivelare questo episodio avvenuto alla fine del 2008 a Modena, per il quale è già stato condannato con rito abbreviato.
Durante il processo sul caso dell’avvocato Alessandro Bitonti, Perrone - l’ex capo che parla con i magistrati ma al quale non è stato accordato lo status di collaboratore di giustizia - aveva rivelato questa vicenda di estorsioni in un centro estetico di via Respighi, in zona Musicisti.
Aveva riferito che proprio l’avvocato Bitonti e il «sedicente commercialista» Raviola (sono le parole del pm) avevano contattato la titolare per risolvere uno spiacevole contenzioso su un lavoro a suo avviso malfatto e sul conto da 180mila euro chiesto dall’artigiano.
La tattica di infiltrazione nel mondo della estetista è stata esemplare, secondo la Dda, di come agivano Di Puorto e i casalesi a Modena. Prima l’ascolto, poi la rassicurazione che loro stessi avrebbero risolto il problema. Seguono la richiesta di prime ingenti tranche di soldi per tacitare l’artigiano, ma l’artigiano in realtà non sta affatto zitto e anzi pretende il pagamento.
Così nel dicembre 2008 si arriva all’incontro tra le parti negli uffici del centro estetico. L’artigiano riottoso è portato in una sala riunioni. «Ma lo sai che hai una vocetta da femmina?», gli dice Di Puorto. Poi volano schiaffi seguiti da minacce e dall’avvertimento a non chiedere mai più niente dei 180 mila euro. A quell’incontro erano presenti Bitonti e altri “amici” di Di Puorto. Tutti condannati in abbreviato.
E Raviola? La figura del contabile è più sfumata. L’estetista non lo ricorda presente in quella circostanza, ma l’accusa insiste: Raviola ha preso il denaro dell’estorsione, Raviola sapeva perfettamente con chi stava e cosa succedeva. Quei soldi presi, 100mila euro, sono tutti finiti in una cassa comune del clan. Per questo, secondo l’Antimafia, l’episodio di via Respighi fa emergere un metodo mafioso paradigmatico: sia per le modalità delle minacce e delle botte, sia per la riscossione, sia per l’accantonamento dei soldi che non venivano spartiti come tra comuni delinquenti.
Ieri Di Puorto e Raviola hanno sostenuto davanti ai giudici di essere estranei a ogni accusa. I difensori lo hanno ribadito chiedendo la loro assoluzione. La sentenza il 1 dicembre.
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