Il giudice di Aemilia: «I boss li processeremo qui al Nord»
Accolte all'udienza preliminare di Bologna le opposizioni della Dda e delle parti civili, il giudice stronca la richiesta di trasferire parte degli atti a Catanzaro
BOLOGNA. Dalla quarta udienza nel blindatissimo stand 29 della Fiera di Bologna è scaturito il primo pilastro per la costruzione del processo Aemilia alla ’Ndrangheta nostrana: gli atti restano in regione, l’udienza preliminare va avanti così e per chi dovrà e vorrà affrontare il dibattimento - nell’aria ci sono molte richieste di riti alternativi - la freccia resta puntata su Reggio Emilia. Lo ha deciso ieri nel breve volgere di una pausa pranzo il gup Francesca Zavaglia rigettando tutte le eccezioni che gli avvocati le avevano presentato dall'inizio dell’udienza preliminare, suddivisa come noto in 29 giornate. Alle quali assistono puntualmente alcuni degli imputati emiliani, accusati di affari con la ’Ndrangheta, i cui volti sono ormai noti. Come Augusto Bianchini, tuttora ai domiciliari nella sua Rivara, apparso provatissimo da questa vicenda, ieri accompagnato dalla figlia Alessandra. O come la famiglia Vecchi di Reggio. L’imprenditore Giovanni, coinvolto nell’inchiesta Aemilia 2, anche lui per avere fornito strumenti di infiltrazione ai cutresi, accompagnato dalla moglie e dal figlio, è stato uno dei primi ad arrivare. Assente invece il tecnico del Comune di Finale, Giulio Gerrini, rappresentato dall’avvocato Pierfrancesco Rossi.
«Che la cosca avesse collegamenti con Cutro non significa che questo giudice non sia competente e che un domani non lo sia il tribunale di Reggio Emilia», hanno detto in mattinata i legali delle parti civili, primo tra tutti Alessandro Gamberini, chiamato a rappresentare la Regione.
Brusio quando la tesi della emilianità della “nostra ’ndrangheta” è stata decisamente difesa dai titolari delle indagini, Marco Mescolini e Beatrice Ronchi della Dda, per nulla intenzionati a farsi “scippare” un lavoro di anni.
Ronchi, citando un’intercettazione già uscita con protagonista un avvocato di Roma, ha ricordato come in quei dialoghi sia stato affermato che a Reggio Emilia e dintorni non si muovesse foglia e non si vendeva nemmeno una bottiglia di vino, se non lo volevano gli 11.000 Calabresi trapiantati in zona. Un appunto che ha irritato alcuni avvocati, specie quelli che difendono gli imputati per i reati minori e quelli che provengono da Reggio. I magistrati dell’accusa hanno sottolineato come la stragrande maggioranza dei reati contestati siano stati commessi in Emilia e come questa mafia avesse una sua autonomia di azione. E infatti il gup ha respinto l’eccezione territoriale, leggendo una articolata ordinanza che evita di spezzare in due il processo, perché la prospettiva era quella di trattenere in Emilia solo le posizioni minori, ma di una stessa, complessa, vicenda. Il Gup ha rigettato tra l’altro anche un’eccezione sulle intercettazioni acquisite durante le indagini, anche da Catanzaro: si eccepiva che la Procura di Modena le avesse acquisite senza una delega specifica da parte della Procura di Bologna. Fattispecie considerata irrilevante. Prossima udienza lunedì.
Alberto Setti
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