Il gran capo mette in crisi il bunker
Nicolino Grande Aracri e Michele Bolognino si difendono in videoconferenza
Il boss Nicolino Grande Aracri, considerato il numero uno della cosca calabrese che si è propagata in Emilia ieri ha nuovamente messo alla sbarra il sistema organizzativo delle videoconferenze. In collegamento dal carcere di Milano, aveva annunciato già al mattino una dichiarazione spontanea, che poi ha rimandato al pomeriggio per una perizia medica cui doveva sottoporsi. E al pomeriggio sono arrivare le sue “eccezioni”, ovvero l’impossibilità di guardare in faccia - verrebbe da dire negli occhi - i protagonisti dell’udienza. Giudici e procuratori sì, come qualcuno ha sottolineato, ma non gli altri. L’eccezione sui collegamenti in videoconferenza dalle carceri dove sono rinchiusi i detenuti cui si contestano i reati più gravi era già stata sollevata e riguarda non solo la mancata possibilità di zoomare, che impedirebbe ai detenuti di vedere i propri avvocati, ma anche di comprendere bene quanto viene detto in aula. Anche le guardie carcerarie, fra l'altro, hanno confermato a distanza i problemi di visualizzazione. Grande aracri: rispetto alle accuse di Mescolini, ha voluto precisare che gli vengono contestati quattro omicidi, ancora in attesa della Cassazione, e non 22».
Al mattino ci sono state le dichiarazioni spontanee di Michele Bolognino, il boss che controllava anche la ditta Bianchini, fornendole manodopera sottocosto: «Come si fa a dire che sono un boss, se i pentiti dicono di non conoscermi? - ha contestato - Io sono stato condannato per associazione mafiosa, tempo fa, ma poi sono venuto al Nord con la famiglia per rifarmi una vita, per lavorare, e con queste accuse non c’entro nulla», ha in sostanza detto. (ase)
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