Gazzetta di Modena

Modena

«Tane causa dell’alluvione i pericoli non sono finiti»

di Saverio Cioce
«Tane causa dell’alluvione i pericoli non sono finiti»

Ricercatori dell’ateneo documentano invasioni di tassi, istrici e volpi negli argini «Cambiati gli equilibri, la fauna selvatica va allontanata dalle difese idrauliche»

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L’alluvione del 2014 è stata la prima ma non è detto che sia l’ultima se non si prendono provvedimenti energici contro volpi rosse, istrici e tassi che stanno colonizzando gli argini dei fiumi modenesi.

È questa la conclusione a cui sono giunti tre ricercatori dell’università di Modena che hanno condensato i lunghi mesi di lavoro per conto della Regione Emilia Romagna in un articolo della prestigiosa rivista scientifica Water Resources Research. Misurazioni ed esplorazioni lungo gli argini del Secchia, attorno e oltre il punto dove l’argine è collassato, hanno portato dal loro punto di vista a una sola conclusione: il reticolo di tane e gallerie costruito dagli animali ha raggiunto una densità tale in quelle poche decine di metri a nord della città che la pressione del fiume ingrossato dalle piogge ha fatto saltare i diaframmi d’argilla che nel corso dei secoli si erano stabilizzati.

E adesso? A parte la presentazione dello studio al convegno della Società Americana di Geofisica a S. Francisco, resta da capire quali rimedi adottare per un problema che finora non si era ancora posto in modo così drammatico. Abbiamo girato la domanda a Stefano Orlandini, che assieme a Giovanni Moretti, sempre del Dipartimento di Ingegneria e a John Albertson della Cornell University è stato il curatore dello studio.

Veramente le tane degli animali sono la causa del collasso degli argini? Perchè nei secoli precedenti il problema non si è posto?

«Il problema c’è, è evidente, e nasce da un insieme di cause. L’espansione delle zone urbanizzate in pianura, comunque e dovunque, assieme all’espansione demografica e alle attività umane finiscono per comprimere al massimo gli habitat animali. C’è una migrazione dall’Appennino verso la pianura di varie specie».

Che trovano nelle zone disabitate attorno agli argini le condizioni ideali per moltiplicarsi

«È così. E il cambiamento climatico dà una mano in questo senso. I segnali d’allarme c’erano già stati. È dal 2010 che era stato segnalato lo sfondamento della via Emilia da parte dei tassi, che hanno oltrepassato nel loro habitat la grande arteria e si sono diretti verso i fiumi. E lo stesso si può dire degli istrici».

Si rende conto che in questo modo si innescheranno forti polemiche con animalisti e protezionisti?

«Spero di no. Lo studio fotografa una condizione oggettiva, non fa polemiche. La concentrazione di questi animali può creare le premesse di altri collassi degli argini».

Queste due specie sono rigorosamente protette

«Non è così per la volpe rossa, per cui è ammessa la caccia selettiva. Non so se potrà essere ammessa in via sperimentale e solo per le zone vicine agli argini. Del resto quell’equilibrio realizzato dai predatori in una campagna abitata e vitale, con forti colture agricole, riusciva a garantire una limitazione di animali nocivi. Anche questo è un segno dei tempi e la proliferazione, la concentrazione eccessiva di questi animali in alcune aree nè è la prova provata».

Sta dicendo che siamo a rischio per altre alluvioni, ad altri cedimenti degli argini di Secchia e Panaro?

«Non lo escludo se la situazione non cambia. Dobbiamo tenere sotto controllo la fauna selvatica per salvaguardare le opere idrauliche».

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