Gazzetta di Modena

Modena

Torna nel casolare in cui fu prigioniero

Torna nel casolare in cui fu prigioniero

Novi. Sergio Mosole venne rapito, ma riuscì a fuggire 39 giorni dopo. Domani arriverà con gli amici

2 MINUTI DI LETTURA





NOVI. Quel giorno nemmeno lo guardò quel casolare nella campagne modenesi. Corse via più forte che poteva, mentre il suo carceriere dormiva ignaro, disteso dai fumi della grappa millefiori. Sergio Mosole fuggì dopo 39 giorni di prigionia, e domani, 32 anni dopo, tornerà in quel casolare tra Novi e Carpi dove è stato tenuto con braccia e mani legate durante il rapimento.

«Ci andrò con alcuni amici, che mi hanno chiesto di portarli a vedere il luogo in cui mi hanno tenuto - spiega Mosole - Io ci sono già stato. Sono uno che non ha paura di nulla, e guardare quel casolare mi da ancora più coraggio».

In quei giorni ha sconfitto un mostro, e ora per l’imprenditore a capo con il fratello gemello Remo di un impero della ghiaia, è più facile non avere paura. È il 4 ottobre 1983 quando Mosole, che aveva 49 anni, finisce nelle mani dei banditi. In quattro fanno irruzione nella sua villa di Saletto di Breda: prima chiedono soldi e gioielli simulando una rapina, poi lo colpiscono alla testa e lo portano in un casolare a Novi. Vi resterà 39 giorni.

«Quando sei nelle mani dei banditi, rifletti sul perché ti abbiano rapito, la mente corre alla tua famiglia, temi che ti possano fare del male. E più ci pensi, più diventi matto. È fondamentale superare la prima fase del rapimento, ovvero quando si viene prelevati da una situazione familiare per essere portati chissà dove. Bisogna credere fermamente che nessuno si dimenticherà di te», spiega Mosole.

Ha cominciato a lavorare d’astuzia, cercando di farsi amici i carcerieri. Uno in particolare: Pippo, è il nome che gli aveva attribuito. La prima mossa poi è stata riuscire a rubare una forchetta, e ad esercitarsi per giorni ad aprire il lucchetto delle catene con cui era legato, “mi sono aiutato con i ferretti tolti dal materasso - prosegue - dopo qualche tentativo sono diventato piuttosto veloce nel liberarmi”.

Imparata la tecnica, è passato alla fase due. «Con Pippo avevo un buon rapporto, la sera giocavamo a carte. Una volta gli dissi: “Pippo, mi hai sempre trattato bene, ci siamo raccontanti molte cose, ormai siamo come fratelli. Lascia che sia io ad offrirti da bere”. Pippo allora è tornato con una bottiglia millefiori, e continuando a versargli da bere l’ho fatto ubriacare. Appena è crollato, sono scappato via».

Federico Cipolla

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google