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Agli ultimi partigiani di Modena lo Stato ha donato una medaglia ricordo

di Gabriele Farina
Agli ultimi partigiani di Modena lo Stato ha donato una medaglia ricordo

Sono solo 116 i modenesi destinatari dell’onorificenza I racconti di chi c’era il giorno della Liberazione nel 1945

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MODENA. Coraggio. Libertà. Sacrificio. Sono i valori che si respiravano ieri mattina nella chiesa di San Carlo.

Un luogo scelto per una cerimonia di Stato: la consegna delle Medaglie della Liberazione a chi è ancora vivo a settant’anni dalla fine di quella guerra per cui lo Stato si è ricordato di loro.

«La nostra città ha dato molto per la democrazia - ha ricordato Aude Pacchioni, presidente provinciale dell’Anpi - per questo è stata insignita della Medaglia d’Oro al valore militare e l’Università ha ottenuto la Medaglia d’Argento al valore civile».

Anche il numero uno dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani a Modena ha ottenuto una delle 116 medaglie recapitate da Roma.

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C’era pure un diploma, firmato dal ministro della Difesa, Roberta Pinotti e sempre si tratta di riconoscimenti, onorificenze ai “ragazzi di ieri” che hanno rischiato la loro vita.

«Era meglio allora - ha ammonito Mario Stradi - perché si credeva di più nei valori».

L’ex partigiano è stato ferito durante la Resistenza. Dino Sighinolfi, invece, ha rischiato la vita il 22 aprile 1945, il giorno della Liberazione di Modena.

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«Quel mattino non c’era neanche un fascista in Accademia - racconta Dino, allora 17enne e addetto allo spostamento delle armi - e pensavamo che si fossero arresi. Appena ci avvicinammo i tedeschi iniziarono a sparare, uccidendo tre compagni; da via Farini venne ad aiutarci un’ autoblindo degli americani. Una volta conquistata l’Accademia non demmo neanche uno schiaffo ai tedeschi che avevano ucciso i nostri compagni ma li abbiamo solo messi in prigione. Cercavamo scarpe, abbiamo trovato armi nelle fogne». Renato Gherardini, quindici anni nel 1945, era partito dalla Crocetta per fare da staffetta. «All’alba del 22 aprile arrivarono prima i partigiani da Nonantola - ha ricordato - poi quelli da Castelfranco. Nei giorni successivi restarono tre o quattro cecchini in città, tutti modenesi. Potevano anche cedere, poi sono stati fatti tacere».

I tetti collegano al mancato bombardamento della città. Ieri sono state date due versioni diverse dell’episodio. «I bombardamenti sono stati evitati - ha garantito Aude Pacchioni - grazie a lenzuoli bianchi stesi sui tetti, in accordo con il Comitato di Liberazione Nazionale». «Il comandante del Gruppo d’azione partigiana 1, William Ghinosi, aveva preso contatto con un ufficiale americano - precisa Gherardini - con cui aveva visto che c’era qualche resistenza all’Accademia e poi basta. Con il telegrafo l’ufficiale ha fatto in modo che non decollassero gli aerei da Pisa». Di certo, la notte del 22 aprile 1945 non tutti i partigiani dormirono in Accademia. «Ho preferito tornare a casa - ha ripreso Dino - poi dopo qualche giorno abbiamo riconsegnato le armi». Il prefetto, Michele Di Bari, ha ricordato i valori della Resistenza, garantendo «la presenza dello Stato e delle forze dell’ordine» contro gli episodi criminali di oggi. «Noi viviamo di memoria e di ascolto - ha concluso il sindaco, Gian Carlo Muzzarelli - mentre loro hanno vissuto la sofferenza sulla pelle. Dobbiamo raccoglierne la testimonianza per continuare un cammino di pace, progresso e memoria dentro di noi».

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