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Sanità e sprechi, la ricetta di Pellacani

di Davide Berti
Sanità e sprechi, la ricetta di Pellacani

Il presidente della facoltà di Medicina affronta i temi scottanti della salute pubblica e quelli di prospettiva del Policlinico

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Le prime pagine dei giornali nazionali richiamano i tagli e gli sprechi della sanità. Lui, in seconda classe sul treno che lo porta a Roma, destinazione Australia per un convegno, non ha la cravatta, una felpa come i suoi studenti, appoggia il giornale e commenta: «Questo viaggio è nell'ambito del gruppo di ricerca, viaggiare in prima classe significherebbe per me togliere fondi alla ricerca. Viaggio in seconda, come quando vado in ferie».

Giovanni Pellacani, il più giovane presidente della Facoltà di Medicina dell'Università di Modena, è reduce da una settimana decisiva tra ateneo e Policlinico, dove finalmente sono stati nominati cinque nuovi primari. Due hanno riguardato l'università in modo particolare, Oncologia e Cardiologia. Ma è dagli sprechi che vuole partire: «Dobbiamo però distinguere. Non è un viaggio in prima classe che fa la differenza. Quando sono con dei colleghi capita di stare in prima classe ma diventa questa un'occasione di lavoro e confronto. Noi a Modena stiamo attenti a tutto. Io non sono un martire e gli sprechi sono ben altri, non un viaggio in treno».

A cosa si riferisce?

«Vuole sapere dov'è il più grosso spreco nella sanità? Nella protezione medico legale. Spendiamo cifre ingenti perché il nostro sistema è impostato così: tu paziente sostieni che il medico ha sbagliato, io medico devo dimostrare che ho eseguito tutto correttamente e con lo scrupolo necessario».

Non è giusto che chi sbaglia debba pagare?

«Certo, ci mancherebbe. Dove c'è colpa ci deve essere risarcimento. Ma questa logica ha spinto il sistema, ad una ricerca di soldi facili. La denuncia al medico è cresciuta in modo esponenziale. E il medico nove su dieci vince ma in sede di risarcimento, per evitare procedure decennali, patteggia subito e spende meno che la parcella dell'avvocato. Questo purtroppo è il sistema di oggi, basato fondamentalmente sulla mancanza di fiducia nel medico. Se ogni dottore che si trova davanti un paziente con bruciore di stomaco dovesse ordinare una scintigrafia di controllo per escludere l'infarto, dove andremo a finire? Sta al medico valutare caso per caso. Ma il medico non è infallibile. Il medico è un uomo che lavora con scrupolo, ma non è Dio».

Come si esce da questa situazione?

«Partire dal concetto che il medico vuole il bene del paziente. Sempre. Se sbaglia deve pagare. E in sede di contenzioso dovrebbe spettare al paziente dimostrare che il medico ha sbagliato. Fidiamoci dei medici, altrimenti, di questo passo, non faremo che favorire un sistema sempre più privatistico dove le tariffe per ogni singola prestazione non faranno altro che aumentare per sostenere i costi assicurativi dei medici. E questo non sarebbe un bene. Fidiamoci dei medici».

È vero che c'è bisogno di medici ?

«Da noi il turn over è stabile, e questo è già un gran risultato. Mi aspetto, in futuro, nella riorganizzazione della macchina sanitaria che si sta portando avanti, che si cerchino sistemi per risparmiare e aumentare l'efficienza».

Al momento non è così: il piano per ridurre le liste d'attesa sta dando risultati ma è costato uno sforzo economico notevole alla Regione e ai medici. Quanto potrà andare avanti in questo modo?

«Non spetta a me dirlo, il direttore generale del Policlinico ci sta lavorando con grande impegno. Io dico solo che la riduzione delle liste d'attesa non è solo uno slogan di facciata ma un impegno serio. E come tutte le cose serie ha anche delle conseguenze che vanno anticipate, sapute leggere e programmate. Visitare in tempi più rapidi il 30 per cento dei pazienti in più, significa poi avere un accesso maggiore anche al secondo livello, dove la prestazione da specialistica, come nel mio caso a dermatologia, diventa chirurgica. Ecco che dobbiamo essere pronti non solo a visitare più persone in un minor tempo, ma anche poi a gestirle quando queste, giustamente, hanno bisogno di essere seguite in un percorso più ampio. Questo per dire che non ci sono solo le liste d'attesa e i medici sono impegnati a più livelli".

Parte dopo aver nominato primari molto attesi. Cominciamo da Oncologia, dove è stato nominato il professor Stefano Cascinu.

«Mi aspetto molto da questa nomina: abbiamo di fronte una persona che oltre ad essere un ottimo medico è anche in grado di fare rete e fare sistema. Gli ho chiesto di valorizzare al meglio tutte le eccellenze che noi abbiamo, mettendole a sistema con l'Emilia Romagna, a cominciare da Reggio ma non solo. Modena, in questo, diventerà un punto di riferimento e di sintesi».

Si è arrivati a questa nomina non senza le polemiche degli ultimi mesi sul caso del professor Federico.

"Chiariamo subito. Il professor Federico è persona di enorme valore scientifico, senza alcun dubbio. E' un professore dell'università di Modena che sta ampliando nuove collaborazioni per valorizzare l'ateneo e il suo ruolo. In questo senso non c'è nessun ostracismo, nessun mistero, nessun ostacolo: stiamo lavorando insieme con Federico ad un progetto che valorizzi al meglio la sua figura e le sue competenze, per il bene dell'università e dell'assistenza a Modena. Quindi Federico c'è, e presto vi daremo i dettagli del progetto».

Poi Cardiologia, arriva il professor Giuseppe Boriani.

«Qui ci giochiamo una grande sfida assistenziale che si estrinseca nella gestione unica dei due ospedali. Sappiamo che c'è bisogno di leadership e di riorganizzare molti servizi. E il professor Boriani è la persona giusta Ci teniamo molto alla parte di ricerca, ma punteremo su un sistema più efficiente. In primo piano ci sarà anche la valorizzazione di una figura importante come quella di Rosario Rossi, che avrà un ruolo di ricerca e assistenza di massimo livello».

Tutto questo mentre il caso della professoressa Modena ha vissuto un'altra delle sue pagine giudiziarie, con la sospensione dall'università.

«Non si tratta di una decisione dell'università, ma di un obbligo istituzionale nel rispetto della sentenza. Totale rispetto per la ricercatrice e l'insegnante, ma la scelta era, appunto, obbligata».

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