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«Sentivo gli spari da casa. Sto bene ma ho paura». I modenesi a Parigi

di Carlo Gregori
«Sentivo gli spari da casa. Sto bene ma ho paura». I modenesi a Parigi

Le testimonianze dei modenesi che abitano o si trovavano nella capitale francese per lavoro, studio o turismo Nessuno coinvolto. Il giornalista Mattioli: «Atmosfera surreale, tutto chiuso»

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MODENA. «Abito nel Quartiere Latino, vicino a Les Halles. Eravamo a casa e si sentiva un viavai continuo di sirene di polizia e di ambulanze. Era chiaro che qualcosa di grave era successo, ma non sapevamo cosa. I telefoni funzionavano male e non c’era connessione internet. Poi hanno iniziato a chiamarci da casa. Impossibile dormire dopo quello che è successo». Giulia Marrone, carpigiana, abita a Parigi per l’Erasmus alla Sorbona, ieri chiusa come tutti i luoghi pubblici. È una dei tanti modenesi, di città e della provincia, che per i motivi più svariati si trovavano a Parigi l’altra sera al momento dei sei attentati simultanei.

Chi per studio, chi per insegnare, chi per partecipare a un congresso, a una fiera o a una giornata di rappresentanza, chi per turismo e chi per lavoro, tutti hanno da raccontare una storia carica di paura, ma nessuno per fortuna è rimasto coinvolto direttamente nelle azioni dei terroristi islamici.

Alberto Mattioli, modenese, giornalista, è stato per anni corrispondente da Parigi e ora “La Stampa” lo ha rimandato là. Racconta poche ore dopo essere arrivato in città: «Ho trovato un’atmosfera surreale. Le autorità hanno raccomandato di non uscire in strada e in effetti mi ha colpito vedere gli Champs Elysées addobbati per le feste e i negozi chiusi. Qui tutto è chiuso: gli uffici pubblici e persino i musei. Davanti al Louvre c’è una piccola fila di turisti ai quali si dice di ritornare. Per lavoro, starò qui qualche giorno. Contatto i colleghi dei quotidiani, guardo la tv, faccio interviste. Andare sul posto degli attentati ha senso fino a un certo punto: si rischia di intervistare un altro giornalista. Piuttosto mi colpisce come i parigini, notoriamente freddi, frettolosi, poco disponibili, si sono ricompattati e hanno mostrato grande solidarietà aprendo le porte di casa e donando il sangue. Oggi è una città con le bandiere a mezz’asta. Starò qui dieci giorni. Non ho paura, adesso la sicurezza è massima».

L’avvocato carpigiano Giuseppe Cigarini era in giro con un collega per un week end turistico. «Alloggiamo alla Porta di Versailles. Ieri sera io e Tommaso Treola eravamo nel momento nel Quartiere Latino poco sotto Notre Dame, non abbiamo sentito niente. Eravamo a cena quando sono arrivati i primi messaggi. Nel locale facevano finta di niente. Poi ci siamo resi conto dell'entità della tragedia ma lentamente. Dall'Italia ci chiedevano rassicurazioni. Siamo rientrati con la metro nella città vuota».

Guido Mattia Gallerani, modenese, a Parigi per un post dottorato all'Institut de Textes et Manuscrits Modernes: «Mi trovavo alla Maison d'Italie alla Cité Universitaire, nel XIV Arrondissement. Mi ha avvisato un'amica via whatsapp. Abbiamo acceso la televisione nella sala comune e guardato gli eventi. Direi che tutti sono rientrati, qualcuno tardi perché era altrove in giro per la città ed è rientrato come ha potuto, taxi, metro dove funzionava, bici o a piedi. Il direttore della Maison d'Italie Roberto Giacone ha accolto alcuni italiani che non potevano rientrare nei loro alloggi o in albergo a causa della “quarantena” nel X Arrondissement».

Francesco Mattucci, modenese, si occupa di strategie digitali sul web, fotografo per passione, a Parigi per Paris Photo: «Ero in una brasserie vicino al Museo d'Orsay con mia moglie. Non ci siamo accorti di nulla fin verso le 23, quando i telefoni sono impazziti. A quel punto abbiamo cercato di rientrare ma la Metro era chiusa e i Taxi introvabili. Siamo quindi rientrati a piedi In una Parigi deserta».

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