Quel vertice di terroristi a Saliceta di Modena
L’ex commissario Zaccaria: «Nel ’93 convegno a Modena con esponenti da tutto il mondo: identificati come terroristi»
MODENA Non se la ricorda più nessuno quell’inchiesta di Modena ma di ventidue anni fa. Ma nel luglio del ’93, dalle parti della Polisportiva di Saliceta S.Giuliano dove si teneva ufficialmente un incontro di preghiera, passarono i più grandi nomi dell’eversione islamista.
«Ne avevamo avuto notizia anche dai vertici del Viminale da Roma e dai nostri servizi di sicurezza - racconta Giuseppe Zaccaria, ex investigatore della Mobile e uomo chiave di un trentennio d’inchieste modenesi - Capimmo subito che la questione era seguita molto, ma molto da vicino anche dai servizi dei paesi Nato e non faticammo a capirne la ragione.
Anche a noi, quando la Digos ci disse che c’era un incontro di musulmani per una settimana di riflessioni religiose, la cosa sembrò strana. Ma perchè mai quella gente veniva dall’Australia, dall’Inghilterra e del nord Europa a passare sette giorni nel luogo più caldo della Pianura Padana? Cosa ci trovavano oltre la zanzare? Non c’era un luogo più ospitale in Italia tra le migliaia di località di vacanze?»
L’allarme dei servizi. Il tam tam sotterraneo, partito dai servizi di sicurezza di mezzo mondo, mise sotto pressione sia la Questura di Modena che alcuni elementi arrivati per l’occasione dalle questure di Milano e Roma.
Una squadra di specialisti si mise discretamente al lavoro per controllare l’identità degli ospiti che, dal canto loro, non facevano nulla per nascondersi. D’altra parte il raduno era blindato agli estranei: quattro gazebo dai quattro lati d’accesso alla palazzina della polisportiva filtravano ogni nuovo venuto.
«La ragione ufficiale - continua Zaccaria - come ci venne spiegato era quella di proteggere la pudicizia delle donne velate dagli sguardi degli occidentali, dai curiosi in genere. Volevano, ci fu ripetuto più volte, mantenere il clima di raccoglimento e riservatezza dell’incontro religioso».
Desertificata la zona d’accesso i controlli diventavano asfissianti sulle porte della palestra dove si radunavano. Gli agenti dovettero arrampicarsi ovunque, in incognito, per immortalare con le loro fotocamere e potenti teleobbiettivi i frequentatori dell’incontro.
Oltre ogni immaginazione. I risultati sugli ospiti che avevano scelto Modena come luogo di vacanza e studio furono stupefacenti. A Washington Parigi e Londra saltarono sulla sedia quando riconobbero i personaggi che prendevano il te all’ombra dei pochi alberi che circondavano i prati di periferia della via Giardini?.
«Si disse all’epoca - sottolinea Zaccaria - che l’allerta era scattata grazie alle intercettazioni di Echelon, il mitico grande fratello elettronico che dal satellite in orbita intercettava tutte le telefonate richieste dai servizi. Come sempre, con le tecnologie d’avanguardia, si favoleggiava molto. Quello che ci apparve subito chiaro fu che a Modena c’erano personaggi di una rilevanza eccezionale per l’intelligence dei nostri alleati, che li tenevano d’occhio da anni. Che avessero scelto Modena, per mimetizzarsi tra una delle comunità di immigrati più numerose d’Italia, a quel punto era comprensibile. A Modena non c’era contro i musulmani un’ostilità preconcetta, potevano girare per strada con i loro abiti tradizionali senza suscitare sospetti».
Sorpresa dell’intelligence. Fu così che arrivarono le identificazioni a distanza, un vero terremoto. «A Modena - continua ancora l’ex commissario - in quei giorni erano stati segnalati due personaggi ricercati come terroristi per il primo attentato alle Twin Towers di New York nel febbraio ’93: anzichè usare gli aerei, come accadde diciott’anni dopo, usarono bombe, nei garage credo. Uno fu catturato quando, poche settimane dopo il summit modenese, fecero un repulisti alla moschea di viale Jenner, il covo degli integralisti egiziani. Un altro invece era ricercato come membro del commando che aveva ucciso il presidente egiziano Sadat. Un altro ancora era lo sceicco cieco, Omar Rahman, il profeta del terrore come lo chiamavano gli americani, oggi in carcere come mandante dell’attentato alle Torri Gemelle del ’93».
Nomi che ritornano. In quella sorta di legione straniera che usa il Corano come bandiera politica e la collera sociale come arma militare, gli arruolamenti sono sempre stati fluidi. Chi si ritrova in una sigla tende a una scalata gerarchica giocando su alleanze e faide interne, pronto sempre a nuove alleanze e a nuove bandiere.
Un esempio? «Pare che abbiamo avvistato e fotosegnalato anche Al Zawahiri - conclude Zac, come lo chiamavano i suoi uomini - quello che diventò famoso per essere diventato negli anni successivi uno dei collaboratori di Bin Laden. Ecco, noi siamo stati i primi a scoprirli, a fotografarli. Da lì sono partite le indagini che hanno messo fuori gioco per alcuni mesi o bloccati definitivamente diversi specialisti del terrorismo. A noi è rimasta la soddisfazione per il buon lavoro svolto, non abbiamo mai preteso medaglie. Vuol sapere dove ci eravamo piazzati con le macchine fotografiche? Spiacente, segreto professionale».
A tanti anni di distanza, con l’opinione pubblica italiana che ha dovuto imparare la differenza tra islamico e islamista, quell’inchiesta ha l’alone delle inchieste di una volta, fatte con la suola delle scarpe e la curiosità di chi nota i fatti con molto anticipo. A volte troppo, rischiando l’incomprensione, come capitò a Modena.
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