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Il sorprendente business dell’etichetta

di Stefano Turcato
Il sorprendente business dell’etichetta

Intervista all’imprenditore Munari della Varcotex: «Nicchia da 75 milioni ma c’è differenza fra chi produce e chi rivende»

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Il business delle etichette è una realtà tipicamente carpigiana del tutto sconosciuta ai non addetti ai lavori. Anche perché con il termine “etichetta” nell’ambito dell’abbigliamento e degli accessori si pensa di primo acchito a quella tessile con i dati relativi alla composizione o le indicazioni per il lavaggio.

Chi non conosce il settore non può sapere che il mondo delle etichette a Carpi comprende una trentina di aziende che danno lavoro a un migliaio di persone per un valore di almeno 75 milioni di euro.

Per addentrarci nei meandri di questa realtà produttiva poco conosciuta ci siamo avvalsi del contributo di Paolo Munari, 53enne imprenditore reggiano che a Carpi da alcuni anni guida con successo la Varcotex, una delle aziende più importanti del “labelling”, così si definisce il settore a livello internazionale. D’altra parte “label” in inglese significa etichetta o cartellino.

E la vicenda imprenditoriale di Munari è singolare, anche se non ci si può stupire dei successi della sua Varcotex percependo la competenza e la passione sincera che caratterizzano il personaggio quando parla di “labelling” e della sua impresa. Munari è un commercialista che per anni ha lavorato in uno studio poi è entrato in Varcotex con funzioni amministrative e una quindicina di anni fa ha deciso di comprarsi l’azienda per applicare le proprie idee di sviluppo.

«Ci tengo molto a evidenziare - chiarisce subito Munari - che nel distretto carpigiano dell’abbigliamento c’è questa nicchia delle etichette che comprende una trentina di aziende ma si deve fare un distinguo: da una parte ci sono i produttori come Varcotex, e siamo una decina, dall’altra i rivenditori che sono il doppio e, può sembrare incredibile, possono guadagnare tanto, anche più di chi produce. È un settore molto particolare. Poi esistono 10-15 aziende di studio grafico che completano questo distretto nel distretto: il labelling carpigiano legato al tessile abbigliamento. Ogni azienda ha il proprio “Ufficio Stile” e alla base del successo sta la capacità di gestire i rapporti con i grandi marchi che producono abbigliamento o accessori per riuscire a collocare il proprio packaging, le proprie etichette sui prodotti dei vari Gucci, Dolce & Gabbana, Adidas. Si sa che due paia di jeans, prodotti allo stesso modo e nella stessa fabbrica, vengono poi venduti a prezzi molto differenti in relazione al marchio e l’ulteriore valorizzazione, oltre al nome in sè, si deve al cosiddetto packaging, alle etichette e ai cartellini applicati al prodotto che garantiscono valore aggiunto. È complesso spiegare il motivo per cui i grandissimi marchi per le etichette anzichè rivolgersi direttamente ai produttori preferiscono rapportarsi con i rivenditori e di conseguenza spendere molto di più. E qui si innesta il discorso dei rapporti fra i vari “Uffici Stile” che da una parte propongono etichette e cartellini e dall’altra, i compratori, li scelgono per il grande marchio da valorizzare. Se queste grandi aziende, come per esempio accade per Max Mara, dichiarassero ciò che occorre loro in questo ambito e facessero delle aste, il nostro mercato cambierebbe radicalmente e noi produttori forse avremmo gioco facile rispetto a chi fa soltanto il rivenditore, cioè la maggioranza».

L’imprenditore aggiunge che quello del labelling «non è un mercato maturo ma io - aggiunge - ritengo che maturo lo possa diventare nei prossimi anni con i costi di produzione ben definiti per tutti». Munari non lo dice ma sottintende che grandissime aziende potranno rendersi conto del fatto che pagano somme forse spropositate per un prodotto che in sè non sempre ha grande valore. Esistono produzioni standard che si differenziano da quelle specificamente realizzate per un determinato cliente e in questo senso gli Uffici Stile rinnovano le loro proposte presentando nuovi campionari e nuove tendenze.

«La Varcotex - dice ancora Munari - produce tutte le 4 tipologie: etichette tessute, etichette in pelle, quelle tipografiche e cartellini, quelle stampate». E così dicendo mostra una serie infinita di prodotti di diverso tipo da lasciare esterrefatto chi è profano.

«L’azienda - continua - ha un patrimonio in macchine di vario genere, circa un centinaio, che non vale meno di 7-8 milioni di euro, dato che nuove ne valevano una quindicina. Siamo l’unica impresa in Europa che ha integrato i 4 dipartimenti produttivi. Siamo fra le imprese carpigiane che producono, una decina, mentre sono il doppio quelle che si limitano a fare da rivenditori. Ovvio che noi abbiamo anche un patrimonio, fra macchinari e sedi produttive, rispetto ai rivenditori, che al massimo possono avere qualche ufficio. Posso anche tranquillamente dire che non abbiamo debiti, bilanci alla mano, e non so quanti altri imprenditori siano in grado di affermare la stessa cosa. Varcotex ha una sessantina di dipendenti, un fatturato che si aggira sui 10 milioni e che per una parte è relativo al nostro partner asiatico».

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