Nonno "orco" condannato a Modena, la madre della bimba: «Per noi un inferno di sospetti»
Parla la ex nuora dell'anziano condannato a più di 4 anni per aver abusato della nipotina di tre anni: «Per tanto tempo anche io ho dovuto subire i sospetti degli altri come se fossi stata sua complice anzichè chi lo denunciava, al punto che ho perso il lavoro e cambiato città. E' stato un incubo, abitava accanto a noi e cercava di avvicinare mia figlia anche dopo due diffide delle autorità»
MODENA. Tanti genitori di piccole vittime di pedofili non vedono l’ora di dimenticare tutto dopo il processo. Ma per Paola (nome di fantasia) non è così. Anzi, vuole che tutti sappiano cosa vuol dire avere uno suocero “orco” che abita nella casa accanto e continua a cercare di contattare la nipotina che ha abusato anche dopo due diffide ufficiali delle autorità.
«Ora che il mio ex suocero è stato condannato a quattro anni e sette mesi con un processo abbreviato (e quindi gode anche dello sconto di un terzo della pena) - spiega Paola – vorrei dire a tutti i genitori che queste cose accadono davvero e possono provocare anche problemi enormi alle vittime. Io, ad esempio, sono stata emarginata da tutti quelli che mi stavano attorno perché pensavano che in qualche modo fossi partecipe di quello che aveva fatto mio suocero. No, per loro non ero la vittima, ma una specie di complice. Per questi pregiudizi ho perso il lavoro e ho cambiato città. Vorrei che si cercasse di capire cosa ho vissuto e quanto poco sono stata capita».
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Paola racconta che se la sentenza l’ha soddisfatta – era parte civile, assistita dall’avvocato Anna Caserta – non altrettanto può dire della pubblica accusa: «Il pm ha detto nella sua requisitoria che il nonno era sicuramente colpevole ma andava assolto perché non era stato possibile svolgere l’incidente probatorio. Non è stato possibile perché mia figlia era ancora troppo sconvolta dall’accaduto e non era in grado di raccontare cosa le aveva fatto il nonno. Quindi quella richiesta di assoluzione è stata sicuramente fuori luogo, anche perché la violenza sessuale su un bambino è come un omicidio: non esiste un’unica prova per provare il reato e questo è chiaro anche a me. Il giudice ha deciso diversamente, per fortuna».
Paola racconta la storia del suo calvario: «Io e il mio compagno abbiamo capito che era accaduto qualcosa di grave quando mia figlia non aveva neppure tre anni. Ero già separata ma quell’uomo abitava ancora alla porta accanto alla mia, perché lì avevamo comperato casa io e il mio ex marito. Le perizie mediche hanno identificato che la violenza non è stata affatto momentanea o episodica, come detto, ma risaliva ad abusi minori ma continui iniziati molto prima, forse quando mia figlia aveva solo sei mesi. Ecco, pensate cosa significa sapere che quell’uomo indagato per violenza sessuale su minore è lì, alla porta accanto e che cerca di avvicinare la nipotina nonostante fosse diffidato».
«È stata durissima, anche con le autorità, i primi tempi – aggiunge Paola - facevo fatica a farmi credermi. Ricordo i Servizi sociali del Comune dove abitavo allora che mi controllavano ossessivamente. Poi quando il Tribunale dei minori di Bologna ha deciso di affidarmi mia figlia la situazione ha iniziato a migliorare. Ma un aiuto vero non posso proprio dire di averlo mai avito dalle autorità. Se ripenso a tutto quello che ho passato non so se rifarei la stessa scelta. Forse me ne andrei direttamente all’estero con i miei cari».
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