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Disegnatori modenesi. La Bonfatti story: "Io, Bonvi e Silver..."

di Valentina Corsini
Disegnatori modenesi. La Bonfatti story: "Io, Bonvi e Silver..."

Massimo Bonfatti, fumettista modenese conosciuto nell’ambiente come Bonfa, ed ex ragazzo di bottega di altri due mostri sacri del fumetto made in Modena come Franco Bonvicini (Bonvi) e Guido Silvestri (Silver).

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MODENA. Varcare la soglia del suo mondo è come ritrovarsi magicamente catapultati sull’Isola del tesoro del romanzo di Stevenson. L’isola è la piccola frazione di Paganine, poco più che un tranquillo borgo di case divise da verdi cortili interni, così vicino a Modena eppure così lontano per la calma isolata che gli conferisce la campagna circostante. Al numero 50 di via Agrigento c’è la porta della stanza del tesoro: scaffali pieni zeppi di libri, poster di personaggi nati dalla sua penna, una vecchia macchina fotografica che tradisce la sua passione per le foto, e poi, ovviamente, un tavolo da disegno e un cuscino così liso, che molto dice delle ore spese seduto qui, a dar vita alle sue storie fatte di protagonisti magistralmente disegnati. È qui che ci accoglie Massimo Bonfatti, fumettista modenese conosciuto nell’ambiente come Bonfa, ed ex ragazzo di bottega di altri due mostri sacri del fumetto made in Modena come Franco Bonvicini (Bonvi) e Guido Silvestri (Silver).

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Come nasce la tua passione per il disegno e il fumetto?

«Ho sempre amato disegnare fin da bambino, fin da quando il papà di una mia “fidanzatina”, che faceva il pittore, ci lasciava entrare nel suo studio mentre dipingeva. Da lì è nato in me il fascino per l’ambiente artistico, l’idea che la creatività fosse saper realizzare qualcosa di bello da condividere con gli altri, e non una mera affermazione del proprio ego. L’amore per il fumetto è arrivata invece da adolescente, come lettore, girovagavo per tutta Modena sempre alla ricerca di un nuovo negozio di fumetti da scoprire».

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E poi l’incontro con i tuoi maestri, Bonvi e Silver…

«Quando ancora facevo le scuole medie, Bonvi e Silver abitavano nel mio palazzo. Li ho conosciuti così, iniziando a frequentare casa loro, in quella che poi diventò una sorta di bottega artigianale anarchica, fatta di un gruppo di amici uniti dalla stessa passione, in cui la differenza d’età tra di noi si azzerava. Ti mettevano alla prova nel disegno nei momenti di lavoro più intensi, ricordo che noi ragazzi alle prime armi venivamo chiamati affettuosamente da Bonvi “schiavi negri”, come ricordo anche le tre notti in cui Silver non dormì per finire in tempo 100 strisce di Lupo Alberto, e mandò poi me in treno a consegnarle presso la casa editrice a Milano. Avevo 14 anni».

La collaborazione con Silver parte da Lupo Alberto e arriva sino a Cattivik…

«Ho lavorato con Silver su Cattivik per 18 anni. È un personaggio a cui ho dato tanto, le cui storie sono divertenti ancora oggi. Poi è arrivato quello che chiamo il mio esame di laurea: Leo Pulp. Un personaggio di mia invenzione e molto più impegnativo, un po’ per la fama dell’editore (Sergio Bonelli ndr) e poi per lo studio delle ambientazioni noir dell’America anni ’40. Leo infatti è una caricatura del celebre detective Philip Marlowe, portato sul grande schermo da Humphrey Bogart».

Puoi annoverare anche l’incontro con un grande Maestro del cinema…

«Nel 2008 ho illustrato “Capelli Lunghi”, la storia di due hippy ambientata nella Mirandola del ’68, e tratta da un soggetto di un film inedito di Mario Monicelli. Sono stato ospite da lui a Roma e mi commuovo ancora quando penso a quello che mi disse: “Ti ringrazio per il disegno per il mio compleanno, sono qui in balcone che mi godo il sole...”. Era un uomo che amava le cose semplici, autentico, proprio come voglio io i fumetti: belli, veri ed autentici».

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