Il modenese Beppe Cottafavi: «Grazie a Comix sono diventato ex intellettuale»
L’editore e scopritore di talenti si racconta: l’avventura in Panini, la sua Modena, i libri
MODENA. «Fu- cì -na, con l'accento sulla i. Non fùcina. Scusa se mi permetto di correggerti…». Figurati. Anzi, lo apprezzo, davvero. Ciò non toglie che mi sento come Pinocchio. Testa di legno e orecchie d'asino.
Capita di inciampare in una parola, ma per chi da sempre si professa innamorata della lingua italiana è un filo umiliante. E dire che la zappa sui piedi me la sono tirata da sola. Succede quando Beppe Cottafavi ripesca dal suo capientissimo cappello di conoscenze e amicizie un piccolo esercito di virtuosi modenesi armati di penna. Edmondo Berselli e Giuseppe Pederiali, compianti e molto amati, Walter Siti premio Strega 2013, Francesco Guccini «di cui a è appena uscità una raccolta di racconti». E ancora Valerio Massimo Manfredi, Marco Santagata, Ugo Cornia, Giovanni Tizian. «Eh sì… ci si fa una casa editrice!», esclama lui. Per poi rincarare la dose con la politologa Elisabetta Gualmini e i filosofi Carlo Galli e Andrea Sereni.
«Modena è davvero una fucina di talenti!», butto là.
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Per un istante lo vedo irrigidirsi. Semiologo prestato in via definitiva all'editoria (era allievo di Umberto Eco, oggi è consulente Mondadori) e sempre ricordato come direttore, in tandem con Guido De Maria, dell'eroico Comix (1992 - 1997), Cottafavi, per sua stessa ammissione anarchico almeno quanto la sua notevole massa di capelli, resta in primo luogo un intellettuale. Dunque intransigente con chi strapazza l'idioma nostrano. «Sono un ex-intellettuale che grazie a Comix si è liberato dalle pastoie di una triste carriera accademica». Non sarà comunque uno scivolone linguistico a compromettere un incontro brillante che debutta con l'ingresso nel migliore dei mondi possibili: il mondo dei libri.
La casa del nostro ospite è letteralmente invasa dai libri. «Non so più dove metterli», chiosa lui, mentre esilia un plico di pamphlet da una poltrona.
La cornice è perfetta. Figlio adottivo di Roma e Milano, è pero qui, nel bel palazzo ad un tiro di schioppo dal teatro Storchi, che Cottafavi si sente a casa. La sua città? La vive con affettuoso distacco, con lo sguardo leggero - ma in realtà è un occhio molto attento - del turista. «Quando sono a Modena mi sento in vacanza, godo di una dimensione allegra e felice. Vedo una città che cambia».
In meglio o in peggio?
«Dal punto di vista ludico, la messa in scena mi sembra migliore. Ricordo inverni lugubri. Oggi invece, con tutto questo proliferare di bar e luoghi d'incontro, anche le sere più buie offrono spunti vivaci. Inoltre da pendolare e grande fruitore di treni - io e Guccini siamo forse gli unici modenesi che si rifiutano di imparare a guidare - sono grato di poter attraversare a piedi l'ex Manifattura Tabacchi. Adoro il cavallo di Paladino, mi sembra di buon auspicio. Apprezzo molto Piazza Roma nella sua nuova veste e lo stesso dicasi per Corso Duomo. Anche se avrei preferito che restasse vietato agli autobus».
Passiamo al pollice verso.
«Ho l'impressione che gli amministratori leggano e studino molto poco. Manca la cultura, la consapevolezza che nulla può essere come prima. Bisogna adeguarsi alle necessità di una città contemporanea, per dirlo alla Bauman occorrono “forme liquide”. E invece la maggior parte dei progetti urbanistici sono stati pensati trent'anni fa. Ma l'errore più grave, un errore di visione politica e strategica, è di aver tagliato fuori Modena dall'alta velocità. Ho lavorato come consulente di Carlo Freccero e in Rai ho conosciuto Marco Giusti (autore tra l'altro di Blob e Stracult, ndr) che oggi è uno dei miei più cari amici. Una volta mi venne a trovare e fu un'odissea. Ha giurato che qui non metterà più piede».
La prima volta che ti sei allontanato dalla Ghirlandina è stato nei panni di studente iscritto al Dams.
«Era la fine degli anni Settanta, gli anni d'oro. Allora lasciare Modena per Bologna era come emigrare su un altro pianeta. Nato per volontà del grecista Benedetto Marzullo il Dams viveva il suo momento irripetibile. Erano gli anni di Eco e Gianni Celati, di Andrea Pazienza, Freak Antoni, Pier Vittorio Tondelli… un periodo per me felice. Come peraltro Comix».
Sei un nostalgico del tempo che fu?
«Mai. Piuttosto ho nostalgia del futuro. Detto ciò, Comix si è rivelato un laboratorio virtuoso. Franco Cosimo Panini, che da bambino senza dubbio leggeva il “Vittorioso”, voleva un giornale contemporaneo di “strisce”. Pensò di rivolgersi a Guido De Maria, fautore di Gulp e Supergulp, nonché al sottoscritto. Inesperto di fumetti, ebbi l'intuizione di coinvolgere nel progetto comici ancora poco noti, ma pronti a esplodere. Prima di accettare chiesi il supporto di Walter Fontana e di Daniele Luttazzi, di fatto una mia “scoperta editoriale”. Comix è sempre stato disposto ad ascoltare chi davvero aveva qualcosa di divertente da dire. Oggi il ricettacolo di idee da sviluppare è Internet, allora era il giornale dei fumetti di Panini».
Quali sono i libri che in casa di un modenese - e non solo di un modenese - non possono mancare?
«”Quel gran pezzo dell'Emilia” di Berselli e “Un weekend postmoderno” di Tondelli. In entrambi si trova la mappatura del nostro territorio. Tanto Edmondo quanto Pier Vittorio sono infatti riusciti a mettere a fuoco quel meccanismo prospettico che ai provinciali - e io sono un provinciale - infonde enorme energia. Un'energia interessante che nasce dal complesso di inferiorità, dalla necessità di dimostrare di saper tenere testa agli evoluti cosmopoliti».
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