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L’INTERVENTO

La scuola, i bambini e il terrorismo

di Giuseppe Caliceti
La scuola, i bambini e il terrorismo

In famiglia e nelle scuole, in questi giorni, tanti adulti si chiedono: bisogna parlare ai nostri figli e ai nostri studenti, cioè ai bambini e ai ragazzi, della strage di Parigi? E' una domanda mal...

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In famiglia e nelle scuole, in questi giorni, tanti adulti si chiedono: bisogna parlare ai nostri figli e ai nostri studenti, cioè ai bambini e ai ragazzi, della strage di Parigi? E' una domanda mal posta. Ci sono notizie così eclatanti che rompono i confini della cronaca di giornali e tg e irrompono a macchia d'olio nei palinsesti televisivi e in tutte le conversazioni degli adulti: impossibile che non ne vengano a conoscenza, che non ne sentano almeno l'eco. La vera domanda, allora, è un'altra: come parlarne? Intanto, è importante ascoltarli. Non negare uno spazio di ascolto e dialogo. Ed essere vicino a loro quando vedono certe cose. La tv è un bellissimo elettrodomestico, ma può essere pericoloso più di una stufa: se stiamo accanto a un bambino se armeggia con la stufa, occorre stare vicino a lui più spesso anche quando guarda la tv. Ma come parlare di certe cose? Come si riesce. Anche se, nemmeno come adulti, si hanno tutte le risposte alle loro domande– perchè anche i bambini, spesso, fanno grandi domande. Cosa ho notato nella conversazione fatta con la mia classe prima del minuti di silenzio richiesto dal ministro all'istruzione? Inizialmente c'era incredulità da parte di alcuni alunni di Seconda che quei morti fossero veri. “Mia mamma ha detto che i morti che si vedono in tv sono tutti finti, per fare il sangue usano il sugo di pomodoro”, ha detto uno. Un altro: “Mio papà mi ha detto che tutto quello che fanno vedere in tv è finto, tranno quello che fanno vedere al telegiornale, e io il telegiornale non lo vedo perchè non mi piace”. Insomma, c'è difficoltà a distinguere vero e falso. Non è colpa loro, tenuto conto che si stima che un ragazzino italiano veda in tv almeno venti omicidi al giorno. Seconda cosa notata: i figli di genitori nati al di fuori dell'Italia, specie quelli nati nei Paesi arabi, non sapevano nulla di quello che era avvenuto a Parigi. Un caso? Forse. Tradizioni famigliari diverse? Forse. Ma credo che qui si nasconda anche imbarazzo, difficoltà. Dopo l'abbattimento delle torri gemelle a New York, ricordo che alcuni genitori mussulmani avevano chiesto espressamente ai loro figli di non parlarne a scuola. Nella discussione tra bambini, che spesso è l'eco del sentito dire degli adulti, è saltato fuori anche che “è scoppiata una guerra tra due gruppi di persone di religioni diverse”. Mi sono affrettato a dire che ogni religione è contro la guerra. Anche se, devo riconoscerlo, ero un po' a disagio. Perchè le due ore settimanali di educazione alla religione cattolica presenti nella scuola pubblica italiana, sono le uniche in cui i bambini di una classe si dividono. Alcuni vanno in un'aula con un insegnante, altri in un'altra con un altro insegnante a fare “attività educative alla religione cattolica”, altri ancora, volendo, vanno a casa. I bambini e i ragazzi non sono scemi, tutt'altro. E si educano più con gli esempi e la coerenza che con le sole belle parole. Allora mi chiedo: anche se noi, come adulti, diciamo, giustamente, che nessuna religione incita alla guerra – la verità, - ma poi accade che le ore di religione, almeno in Italia, siano le uniche in cui noi, come adulti, decidiamo di dividere i nostri figli, i bambini e i ragazzi di una stessa classe, che messaggio diamo loro realmente? Possibile che non riusciamo a dare un messaggio più efficace, coerente, maturo, intelligente?

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