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Mirandola, tre condanne per l'omicidio di Magnacavallo

Mirandola, tre condanne per l'omicidio di Magnacavallo

Il giudice ha inflitto ai tre ragazzi, uno dei quali ex studente al Galilei, una pena complessiva di 77 anni nel rito abbreviato per la morte dell'operaio 48enne Fausto Bottura

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MAGNACAVALLO. Fragile era la vittima, il 48enne operaio Fausto Bottura, con la sua parziale invalidità nell’uso del linguaggio. Fragile, così l’hanno descritta i difensori, la personalità dei tre ragazzi complici dell’omicidio. Fragile anche il loro tentativo di cancellare le tracce del delitto gettando il cadavere nel Po che l’aveva subito restituito. Fragili e indifesi: così sono apparsi i tre amici nella loro giovinezza buttata via con l’uccisione di un uomo a colpi di mazza da baseball, ieri mattina in tribunale alla lettura della sentenza che li ha condannati tutti per omicidio volontario premeditato. Alessio Magnani, 18enne di Poggio Rusco, ex studente del Galilei, esecutore materiale del delitto, reo confesso, il massimo della pena prevista in rito abbreviato, 30 anni di reclusione; Armando Esposito, 19enne di Magnacavallo, 30 anni di reclusione; Massimo Bottura, nipote 19enne della vittima, a cui è stato riconosciuto un comportamento processuale particolarmente collaborativo, 17 anni e 4 mesi di reclusione. Questo il verdetto pronunciato ieri alle 13 dal giudice Matteo Grimaldi dopo due ore e mezza di camera di consiglio. Il giudice ha anche stabilito l’ammontare del risarcimento alle parti civili: a Osanna Pialli, sorellastra della vittima, rappresentata dall'avvocato Luca Faccin, ha concesso i dieci euro richiesti «per rispetto della memoria della vittima»; a Michele Bertarello, nipote della vittima, che tramite l’avvocato Sonia Bussolotti aveva avanzato una richiesta di 150mila euro, ne ha assegnati 25mila.Tutti e tre i condannati frequentavano e avevano frequentato Mirandola.
La prima persona ad uscire dall’aula – il processo s’è svolto a porte chiuse, come prevede il rito abbreviato – è stato il procuratore Antonino Condorelli che, da osservatore, ha affiancato in aula il pubblico ministero Silvia Bertuzzi durante la lettura del dispositivo. Un commento sostanzialmente soddisfatto il suo: «La sentenza è da condividere e trova in noi pieno apprezzamento per il lavoro svolto, prima per la polizia giudiziaria e poi dalla magistratura in un caso tristemente delicato di rapporti familiari e di condizione della gioventù» ha osservato il magistrato. Condorelli ha però rilevato come sia «improprio che il sistema processuale preveda per il semplice gioco di un’attenuante generica la riduzione di pena da 30 a 17 anni».
Il riferimento del procuratore riguarda l’abisso tra la pena inflitta al nipote della vittima e agli amici. Perché molto più lieve a Massimo Bottura, presente assieme agli amici sul luogo del delitto e, se si vuole, con un movente personale più robusto per via delle frequenti liti in famiglia? Questioni di aritmetica giudiziaria, di calcolo ed equilibrio tra circostanze aggravanti e attenuanti. Ai tre ragazzi il pubblico ministero aveva contestato premeditazione, motivi futili, crudeltà, condizioni di inferiorità della vittima e abuso di relazioni familiari. Il giudice le ha riconosciute tutte, salvo la crudeltà. Quando basta per far decollare la pena fino alla vetta dell'ergastolo, ridotto a 30 anni per lo sconto previsto dal rito abbreviato. Per Bottura ha pesato la concessione «delle circostanze attenuanti generiche ritenute equivalenti alle contestate aggravanti». A tradurre la formula sono gli avvocati Daniele Delaini e Mauro Gavioli, difensori di Bottura. «Massimo è stato sempre collaborativo, dal primo momento – hanno chiarito – ha reso una prima confessione lo stesso giorno del ritrovamento del cadavere, quando i carabinieri l’avevano sentito non come indiziato ma in veste di persona informata sui fatti». L’avvocato Delaini ha anche espresso l’auspicio che nel processo d’appello la sentenza venga riformata a favore del suo cliente. Entro 90 giorni il giudice depositerà le motivazioni della sentenza.

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