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Allarme terrorismo a Bruxelles, la storia del modenese Marco Montanari

di Davide Berti
Allarme terrorismo a Bruxelles, la storia del modenese Marco Montanari

Economista, dal 2009 alla Commissione Europea, in Belgio vive con la sua famiglia: «Cerchiamo di andare avanti. Situazione irreale, ma non lasciamoci bloccare dalla paura»

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Bruxelles, città d’Europa per eccellenza, oggi vive momenti di terrore, vittima anch’essa del terrorismo.

È cambiata la quotidianità anche per Marco Montanari, un cervello in fuga. Modenese doc, 37 anni, dopo il dottorato in Economia all’Alma Mater di Bologna un master in studi europei alla London School of Economics, la decisione di trasferirsi a Bruxelles grazie ad un concorso per economisti per entrare nelle istituzioni europee, e così dal 2009 lavora alla Commissione Europea.

Ci descrive come sono queste giornate?

«Sono giorni strani che hanno cambiato la nostra quotidianità. Io solitamente vado a lavorare in metropolitana perché è molto più comoda rispetto all’auto ma oggi sono andato a piedi. La città è diversa nei tempi, nei movimenti. Oggi sono andato a piedi, un’oretta di camminata con zero gradi e cielo sereno, perché la metropolitana è ferma. Mio figlio - Marco Montanari è sposato con Federica, modenese anche lei, e a Bruxelles due anni fa è nato Matteo - è a casa perché tutte le scuole, a partire dagli asili nido fino alle università, sono chiuse».

Ha avuto paura?

«Non più di tanto. I media belgi cercano di evitare toni troppo allarmistici e cercano soprattutto di dare informazioni pratiche alla popolazione. Le istituzioni europee sono aperte, la vita continua in modo quasi normale, anche se è aumentata la vigilanza armata davanti agli edifici principali».

Mai pensato di starsene chiuso in casa?

«Non ho pensato di rimanere a casa perché mi sento sufficientemente sicuro a venire al lavoro a piedi e la vita comunque anche qui continua. Il quartiere delle istituzioni europee è in una zona semicentrale, mentre tutte le Italia che si vedono in Italia di luoghi deserti dove circolano solo soldati e poliziotti si riferiscono al centro storico».

Dall’Italia parenti e amici cosa dicono?

«I miei genitori si preoccupano ma riesco a rassicurarli con Skype. Ho ricevuto tanti messaggi e mail che chiedevano nostre notizie. Noi siamo sereni, certo non si può dire che sia tutto normale».

Che idea si è fatto?

«Le informazioni ufficiali sono molto limitate per motivi comprensibili, per non intralciare le operazioni in corso. Da un lato credo che non si potrà mantenere un livello così elevato di allerta per molto tempo, altrimenti si arriverebbe alla paralisi completa di una città di quasi un milione di abitanti. Dall’altro lato immagino che le autorità debbano ottenere dei risultati concreti prima di poter abbassare l’allerta ad un livello inferiore, altrimenti la popolazione sarebbe confusa».

Che città era Bruxelles?

«Una città cosmopolita e vivace, più latina che nordeuropea, dove la gente ama vivere all’aperto non appena la temperatura lo consente e dove si ha l’impressione di sentirsi più sicuri rispetto a qualunque città italiana, perché ad esempio non è rischioso usare i mezzi pubblici anche la sera fino a tardi. Allo stesso tempo è una città che ha tollerato la formazione di quartieri ghetto come l’ormai famoso Molenbeek».

Pensa che cambierà in modo irrimediabile dopo queste ore di tensione e angoscia?

«Spero di no. Vedo la voglia delle persone di continuare a vivere la propria vita nel modo più normale possibile pur sapendo che, anche quando l’allerta sarà tolta, il rischio zero non esisterà, qui come in altre città d’Europa. Dovremo abituarci per anni a fare i conti con questo fenomeno. In fondo non è una situazione così nuova, anche dopo l’11 settembre 2001 abbiamo modificato abitudini anche solo nei controlli e nelle restrizioni sui voli. Se ci facciamo bloccare dalla paura abbiamo già perso».

@dvdberti

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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