Nel mondo 25 milioni di vittime
Dal 1985 infettati 60 milioni; costi alti, nei paesi poveri scarso accesso alle cure
«L'Aids è più vicino di quanto si pensi». Questo lo slogan del Ministero della Sanità mandato in onda sulle principali emittenti nazionali.
Dopo trentacinque anni, il clamore per questa malattia è andato via via riducendosi fino a diventare nullo. Ma il virus, nonostante i passi avanti in campo medico, potrebbe in breve tempo aumentare nuovamente il proprio grado di pericolosità, fino a riportare d’attualità lo slogan ministeriale.
Dal primo caso al mondo di Aids ad oggi, tanti sono stati i cambiamenti del virus in special modo riguardo la modalità di trasmissione della malattia, l'età media del contagio e la speranza di vita dei sieropositivi.
Dallo scoppio della pandemia si stima che a livello mondiale ci siano state 60 milioni le persone contagiate con circa 25 milioni di morti.
Oggi nel nostro paese risultano 150 mila gli italiani sieropositivi e 4000 l'anno i nuovi casi segnalati. Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna le tre regioni con più segnalazioni, in percentuale ai residenti, rispettivamente col 27,6%, 14,5% e 10,4%. Dal 1982 ai giorni nostri, anche in Italia sono state numerose le evoluzioni della malattia, parallelamente a quanto avveniva nel resto del mondo.
Come ricordano le statistiche della nostra regione, in passato sia in Italia che in Europa, in passato il virus veniva trasmesso principalmente con lo scambio di siringhe infette. Oggi la situazione è capovolta, i rapporti sessuali sono il principale veicolo di contagio, soprattutto tra omosessuali.
Le segnalazioni su questa categoria sono aumentate a livelli da capogiro, passati dall'8% del 1985 al 78,8% del 2011.
Tali dati impongono quindi di distogliere l'attenzione dall'individuare soggetti o categorie a rischio e iniziare invece a focalizzarsi di più sui comportamenti a rischio. Quali? Ad esempio la promiscuità, con numerosi rapporti sessuali con diversi partner senza conoscere lo stato di salute di chi si avvicina. E in più resta sempre lo scambio di siringhe.
L'altra statistica che è cambiata nel tempo riguarda l'età media dell’infezione che è diventata decisamente più alta.
Si è infatti passati da un’età media di 35 anni per gli uomini e 33 per le donne nel 1985 a rispettivamente 45 e 44 anni nel 2012.
Il terzo ed ultimo dato che occorre prendere in esame è rappresentato dai tempi di sopravvivenza dei sieropositivi e dei malati di Aids.
L'effetto della terapia antiretrovirale è in grado di ritardare la comparsa dei sintomi in modo da allungare la sopravvivenza di ciascun malato e migliorarne la qualità della vita.
Ci sono però ancora tantissime persone che scoprono troppo tardi di aver contratto l'HIV, quando iniziano a comparire già i primi sintomi. Questo dato è indice di scarsa percezione del rischio. Tra l'altro si stima che circa un sieropositivo su quattro in Italia non sia cosciente di avere l'Aids.
È proprio l’esigua cognizione della gravità della malattia a preoccupare numerosi esperti.
Massimo Andreoni (presidente Simit), Carlo Federico Perno (virologo dell'università di Roma Tor Vergata) e John Schneider (docente medico dell'università di Chicago) affermano che sesso sregolato e mancata cognizione del rischio sono alla base di un possibile futuro aumento dei casi di HIV/Aids tra i più giovani.
Ciò che manca è una reale educazione al tema, una presa di coscienza collettiva, soprattutto da parte delle nuove generazioni, del rischio serio e tangibile di contrarre questa malattia, poiché “l'Aids è più vicino di quanto si pensi”. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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