Il parroco si divora l’eredità milionaria: da Mirandola parte la denuncia
Farmacista devoto muore nel 2014 e lascia a una parrocchia di Padova 14 milioni per i poveri. Il parroco li usa per vizi privati, ma una cugina del defunto che abita a Mirandola allerta i carabinieri
MIRANDOLA. È morto nel 2014, in solitudine, suddividendo un’imponente eredità fatta di immobili e buoni bancari. Oltre 14 milioni di euro il valore complessivo che il farmacista Franco Focherini aveva lasciato.
Un podere era stato affidato al Comune di Poggio Rusco, a patto che curasse la sua tomba; una casa sulle montagne vicentine all’amico con cui era solito passeggiare; 14 milioni di euro alla parrocchia di Legnaro (Padova), il suo paese, dove aveva esercitato per 40 anni.
Una fortuna composta da una casa (l’immobile dove si trova la farmacia che, per volere del defunto, avrebbe dovuto diventare sede Caritas e chiamarsi “Casa Focherini”) nonché titoli e contanti depositati in banca, tutti destinati alla Caritas. C’era però un obbligo, inserito nel testamento, che i soldi servissero per i poveri. Ed invece don Lucio Sinigaglia, 57 anni, quei soldi li ha spesi tutti per sé. Nessuna donazione né aiuto ai poveri, anzi.
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Quella fortuna il sacerdote l’ha usata per assecondare i propri bisogni almeno fino a quando i carabinieri hanno bussato alla porta della parrocchia con un avviso di garanzia per appropiazione indebita. L’impulso alle indagini le ha date una lontana cugina di Mirandola del farmacista milionario, stupita del fatto che nel testamento non ci fosse nulla per lei, che è anche una delle poche parenti rimaste. E gli accertamenti dell’Arma hanno rapidamente dato i frutti sperati e hanno già portato a due conseguenze: i 14 milioni sono stati sequestrati e don Luca si è dovuto dimettere da parroco di Legnaro.
Dell’esistenza di quel lascito in Btp i responsabili della Caritas locale non erano stati nemmeno portati a conoscenza. Soltanto don Lucio sapeva, soltanto lui aveva accesso alla “Private Banking” dell’agenzia a Legnaro della Cassa di Risparmio del Veneto, nelle stanze riservate ai clienti eccellenti, quelli che hanno conti correnti a sei zeri.
E lì prelevava, facendosi rilasciare spesso assegni circolari, nella maggior parte dei casi intestati alla parrocchia, che poi depositava nel conto della parrocchia stessa, da cui attingeva per i suoi costosi acquisti e per i suoi lussuosi sfizi. Stando ai conti fatti dai carabinieri di Legnaro, che hanno avuto accesso ai movimenti di quel conto corrente che ha fatto perdere la testa e la reputazione al parroco, sarebbero stati prelevati in quattro mesi, da giugno a settembre scorsi, 252.827 euro. Così suddivisi: 233.600 euro in assegni circolari, 10.100 euro in prelievi bancomat e 9.127 euro in pagamenti Pos.
A questo consistente gruzzolo vanno aggiunti contanti e pagamenti effettuati nei mesi successivi, sui quali sono ancora in corso accertamenti, dal momento che il conto è stato bloccato soltanto cinque giorni fa. Al momento gli investigatori hanno a disposizione solo i prelievi bancomat che ammontano a quasi 7mila euro. Come dire che, posto che nelle disposizioni testamentarie del farmacista è previsto che il capitale di oltre 14 milioni in Btp non venga toccato, utilizzando gli interessi di mezzo milione all’anno per dare aiuto ai bisognosi, don Lucio si è “mangiato” in pochi mesi ben più della metà.
Soldi spesi nella fiammante moto Bmw 120 Gs costata 15.300 euro, nella Renault Clio regalata a un giovane sacerdote, pagata 13mila euro, nell’intervento di Chirurgia plastica alla mamma con una giornata di ricovero nel reparto “dozzinanti” dell’ospedale per il quale ha sborsato 5.800 euro. Poi ci sono i ristoranti di pesce, i negozi di articoli sportivi, le vacanze in montagna e in Sicilia con gli amici preti, gli acquisti all’Ikea e avanti.
Qualche esempio: in un negozio di articoli sportivi don Lucio ha speso 260, 179 e 225 euro, altri 482 euro li ha pagati in abbigliamento per ciclisti. Poi ci sono i 2.669 euro all’Ikea, i 269 in un negozio di telefonia, ma anche gli 850 investiti in articoli religiosi in un negozio a Padova. E infine i costosi pranzi e cene consumati in ristoranti della zona, in cui spesso si recava insieme alla mamma. Si va dai 280 euro spesi in quattro in un locale di Dolo, ai 206 in un altro di Legnaro, ai 135 in una trattoria di Arezzo e ai 129 in un’altra ancora di San Martino di Castrozza. E poi ci sono gli 840 pagati per i pernottamenti a Valle di Primiero. E la lista è destinata ad allungarsi...
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