«Una città muta che torna a parlare in piazza Roma»
L’artista racconta il suo rapporto con Modena e la riscoperta di spazi e significati perduti
di FRANCO VACCARI
Fino a poco tempo fa quando mi chiedevano cosa faccio a Modena rispondevo : «Ci dormo». Con questo intendevo dire che, a parte il mio lavoro che avrei potuto fare in qualsiasi altro posto, non avevo scambi particolari con la città, né con i suoi abitanti.
È così. La città non mi diceva più niente, era diventata una consuetudine che mi impediva di andar oltre la superficie di quello che vedevo. Gli incontri sempre più rarefatti con gli antichi concittadini, sostituiti da facce dai lineamenti estranei, mi confermavano un'impressione che diventava sempre più netta: passeggiare in un posto dove si è sempre abitato offre una possibilità altrimenti insolita: quella di osservare i destini compiersi e la città diventare una specie di Spoon River anticipata (l’Antologia di Spoon River è una raccolta di poesie che Edgar Lee pubblicò nel 1915: ogni poesia racconta, in forma di epitaffio, la vita di una delle persone sepolte nel cimitero di un immaginario paesino statunitense).
Per anni le avevo dedicata un'attenzione piena di curiosità come se fosse sempre sul punto di rivelarmi qualche segreto affascinante o di offrirmi un incontro inaspettato, di quelli che danno corpo ai sogni e ai desideri come sarebbe potuto essere quello con l'incontro con la donna del destino , l'unico che avrebbe potuto giustificare, nella Parigi di André Breton, il ritardo o l'assenza ad una delle riunioni dei Surrealisti (Breton, teorico e guida del Surrealismo, aveva istituito, per i seguaci, incontri periodici dai quali non era ammesso mancare. L'unica giustificazione possibile era l'incontro fortuito con una donna straordinaria).
Certo l'età c'entra qualcosa . Gli anni passano e l'aria si svuota di echi e sussurri. E i ricordi? I ricordi non dovrebbero riempire gli spazi lasciati vuoti dalle promesse? Ma prima di rispondere bisognerebbe non pensare ai versi di Cardarelli: “I ricordi / queste ombre troppo lunghe / del nostro breve corpo. / I lugubri, i durevoli ricordi”. Forse sono versi eccessivi, almeno per quanto mi riguarda, ma è vero che se voglio ritrovare la freschezza di un ricordo devo non far caso alla sua ombra che si allunga sull'oggi, ma coglierlo allo stato nascente. E questo diventa sempre più difficile.
Ma pochi giorni fa, saranno state le 11 di notte, sono arrivato a piedi in Piazza Roma e questa mi si è spalancata davanti come non l'avevo mai vista: enorme, attraversata da lamine d'acqua come l'affiorare di antichi canali, si estendeva davanti a quello che non era più un'Accademia, ma si rivelava in una dimensione regale. (l’idea di Luigi XIV di creare un nuovo Palazzo Reale e poi una seconda capitale in campagna, a Versailles, era stata preceduta di quindici anni, e probabilmente ispirata, da quelle di Francesco I d'Este per il Palazzo Ducale di Modena e quello di Sassuolo).
Era l'improvvisa apparizione ,in un silenzio che imponeva rispetto e suscitava brividi, della verità. Sì, quello spazio, fino a poco prima occupato e deturpato dalle automobili, ammutolito da un eccesso di distratta confidenza , si era dilatato e si stava manifestando nella sua autentica natura di spazio mitico, dove la storia e il destino di una comunità che si chiama Modena finalmente diventavano avvertibili.
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