Gazzetta di Modena

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Giubileo a Modena: l'omelia del vescovo Castellucci

don Erio Castellucci
Il vescovo durante la celebrazione per il Giubileo modenese
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Il vescovo durante la celebrazione per il Giubileo modenese

Ecco il testo dell'omelia pronunciata dal vescovo don Erio Castellucci in occasione della cerimonia di apertura della Porta Santa del Duomo per il Giubileo modenese

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Tra i bassorilievi che ornano la Porta dei Principi, nata come Porta del Battesimo e da ora Porta Santa dell’anno giubilare, la scuola di Wiligelmo ha raffigurato nell’architrave interno anche Giovanni Battista che indica Gesù. Il Battista, personaggio principale del Vangelo di oggi, prepara l’arrivo di Cristo esortando semplicemente alla giustizia. La risposta di Giovanni alla domanda: “che cosa devo fare”, pur diversa per ogni categoria di persone, è in fondo la stessa: devi compiere il tuo dovere. Giovanni è il profeta della giustizia e proprio per la sua coerenza sarà martire della giustizia.

Ma in che cosa consiste questa giustizia? Alle folle chiede di condividere vestiti e pane; e la solidarietà è un’esigenza della giustizia prima che della carità. Ai pubblicani, esattori delle tasse, domanda di incassare solo il dovuto, di non ritagliarsi la tangente, come quasi tutti facevano a quell’epoca… e non solo a quell’epoca; e anche questa è semplice giustizia, niente di più. E ai soldati dice di non abusare del potere per maltrattare la gente ed estorcere denaro, ma di accontentarsi delle loro paghe; anche in questo caso si tratta solo di giustizia. Per prepararsi alla venuta del Signore, il Battista non domanda carità e misericordia, ma semplicemente giustizia.

Noi però, poco fa, abbiamo aperto e varcato la Porta della misericordia, non semplicemente la Porta della giustizia. Siamo entrati in Duomo e non in tribunale. Cari confratelli vescovi, presbiteri e diaconi, cari consacrati religiosi e religiose, cari amici del servizio liturgico e corale, ordini equestri, confraternite, associazioni, stimate autorità civili e militari, forze di sicurezza e di sorveglianza, volontari e fedeli, credenti di altre tradizioni religiose e non credenti: siamo qui solo per ascoltare l’invito ad essere giusti, oppure per iniziare un percorso di misericordia? Il fatto è che giustizia e misericordia non sono contrapposte, né giustapposte, ma si richiedono a vicenda. Sono due lati della stessa medaglia. La giustizia senza misericordia si ridurrebbe a freddo calcolo e finirebbe per diventare ingiustizia.

Già i latini, maestri del diritto, riportavano un’espressione proverbiale: summum ius, summa iniuria: il massimo del diritto è il culmine dell’ingiustizia (cf. Cicerone, De Officiis I,10,33; cf. anche Terenzio Heautontimorumenos IV,5); ossia un’applicazione della legge che non considerasse circostanze, situazioni dei singoli e finalità delle norme stesse, diventerebbe strumento di ingiustizia. E, d’altra parte, la misericordia senza giustizia si ridurrebbe a un alibi paternalistico, finirebbe per legittimare ogni comportamento illegale: troppe scelte ai limiti oppure oltre i limiti del lecito si sono compiute e si compiono, ammantandole dell’espressione: “a fin di bene”.

Quando la giustizia è davvero giusta sfocia nella misericordia; e quando la misericordia è davvero misericordiosa si innesta sulla giustizia. Si potrebbe dire forse che la giustizia si basa sul rapporto tra l’io e il tu, tra due soggetti – individuali o collettivi – che si scambiano diritti e doveri. La misericordia non nega affatto questo rapporto, ma lo abbraccia nel noi, invitando a comprendere i diritti e i doveri entro le esigenze dell’intera comunità umana, specialmente di coloro che non possono farsi sentire. I tre consigli di Giovanni Battista, in questa luce, sono un programma di vita non solamente giusto, ma anche misericordioso. “Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto”.

La prima risposta, alle folle, è di condividere vestiti e pane. È un’esigenza della giustizia: molti milioni di persone vivono nel freddo e quasi un settimo dell’umanità in una grave carenza alimentare e idrica, che produce malattie e morte. Se la giustizia fosse intesa solo come intreccio di diritti e doveri tra un io e un tu, ciascuno potrebbe esimersi e autoassolversi: in fondo nessuno di noi è responsabile del freddo, della fame e della sete nel mondo. Ma se la giustizia si apre alla misericordia, se la misericordia le rammenta che esiste un noi, che si chiama umanità, e che molti non sono in grado con le loro forze di reclamare giustizia, perché non hanno una voce tale da potersi far udire là dove sono risorse e potere, allora la giustizia trova il proprio compimento.

Per un’equa distribuzione dei vestiti e degli alimenti, dei medicinali e degli strumenti di educazione e di lavoro, è necessario che tanti prendano a cuore la miseria; è necessario che la misericordia – nella sua etimologia latina composta dai due termini “miseria” e “cuore” – faccia parlare la giustizia al plurale, al noi, e la possa effettivamente realizzare. “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. La seconda risposta di Giovanni Battista, ai pubblicani, è un invito alla legalità e alla giusta proporzione tra lavoro e retribuzione. Un tempo a catechismo si studiavano, tra i peccati più gravi, “opprimere i poveri” e “defraudare la giusta mercede a chi lavora”. Due ingiustizie che la Chiesa ha indicato, in termini forti, come “peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio”, quasi a dire: per coloro che subiscono e non possono farsi sentire, sono le ingiustizie stesse degli oppressori a gridare.

Oggi giustamente questi comportamenti indignano e l’illegalità – soprattutto quando è praticata da chi detiene autorità in campo civile, politico ed ecclesiale – crea scandalo. Dare la “giusta mercede” a chi lavora significa certamente retribuire in modo adeguato ed evitare le forme illegali di compenso, secondo la logica dell’io e del tu: ed è questa una delle prime espressioni della giustizia. Ma occorre anche qui completare la giustizia con la misericordia, con la logica del noi, che si prenda a cuore anche coloro che non hanno lavoro e allarghi lo sguardo alle forti sperequazioni tra chi percepisce un salario appena sufficiente a sopravvivere e chi incassa somme gigantesche. La misericordia rammenta che siamo tutti sulla stessa barca, che nessuno può abituarsi a dividere l’umanità tra quelli dei barconi e quelli degli yacht, perché ci verrà chiesto conto della nostra navigazione, quando giungeremo al porto della vita.

“Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno”. L’ultimo consiglio del Battista riguarda l’abuso di potere. Il problema non è il potere in sé – anche Gesù ha detto che gli era stato dato ogni potere in cielo e in terra (cf. Mt 28,18) – ma lo stile con cui si esercita il potere. La giustizia, con il suo ordinamento, serve anche a regolare in modo adeguato l’esercizio del potere. Il potere rischia infatti di creare un senso di ebbrezza, la convinzione che si possa esercitare diritto di vita e di morte sugli altri. Il maltrattamento e l’estorsione, di cui parla il Battista, sono le tentazioni più immediate di un potere sregolato. Neanche in questo ambito è però sufficiente il singolare io-tu: occorre il noi. Se allarghiamo lo sguardo al noi dell’umanità – a partire dal nostro ambiente – ci rendiamo conto che le persone deboli sono spesso vittime del potere.

I deboli sono tante volte in balia di chi ha potere: non ha potere chi è stato concepito e non è ancora nato; non ha potere chi vive disabilità gravi nel corpo o nella mente; non ha potere chi attraversa malattie invalidanti, chi vive solo in età avanzata e chi entra nella fase terminale della vita; non ha potere chi vive senza fissa dimora, chi entra in un’altra nazione come rifugiato, chi è esposto alla violenza e al terrorismo. Questi deboli spesso non sono neppure in grado di dire “io” o “tu”, e quindi non possono certo affermare i loro diritti finché qualcun altro non li considera “noi”. Perché la società non si consegni in mano a chi detiene il potere dell’efficienza e della prestazione, dimenticando i deboli, è necessario che molti incarnino la misericordia e spendano il loro potere – salute, energie, intelligenza – nello stile della gratuità e del servizio. E grazie a Dio sono tanti, anche nelle nostre città e comunità cristiane, coloro che si spendono gratuitamente.

Entrando dalla Porta Santa, si possono notare all’interno degli stipiti le figure dei dodici apostoli, nella sequenza indicata dal Vangelo di Matteo (10,1-3). Con una sostituzione, però, desunta dagli Atti degli Apostoli: c'è Mattia al posto di Giuda Iscariota. Nel corredo scultoreo della Porta dei Principi sono poi raffigurati altri Santi, oltre al Battista, come San Paolo e San Geminiano. Giuda, il traditore, è escluso: chi tradisce, sembra dirci la Porta Santa, non è degno di entrare nella Chiesa. Tuttavia, giunti al presbiterio, c’è una sorpresa: nelle sculture della balaustra, la raffigurazione dell’Ultima Cena presenta proprio il momento, di cui parla il Vangelo di Giovanni (13,21-27), nel quale Gesù dà il boccone di pane a Giuda il traditore. Dunque, anche Giuda è riuscito ad entrare in qualche modo nella Chiesa: Giuda allora entra o non entra? Il Giubileo della misericordia è anche per lui o no?

Papa Francesco ha distinto tra Giuda e Giuda, tra i corrotti e i peccatori. Corrotti sono coloro che hanno scelto di chiudersi ermeticamente al bene, di ripiegarsi esclusivamente sui loro interessi, di non lasciar passare alcun raggio di giustizia e amore nei loro cuori, di abusare del potere per i loro comodi. Questi non vengono esclusi, si escludono da soli dalla misericordia di Dio. Peccatori sono coloro che cercano il bene, ma a volte cadono nel male, che riconoscono umilmente le loro fragilità, che non si accomodano a terra dopo essere caduti, ma hanno il coraggio di rialzarsi e camminare. E questi, credo, siamo tutti noi. La percentuale di tradimento che c’è nel nostro cuore, se accompagnata dall’umiltà e dalla grazia del Signore, ci aiuterà a varcare la Porta Santa per intensificare il percorso della misericordia: per riceverla da Dio, il misericordioso, e per donarla ai fratelli, prendendoci a cuore la loro condizione.

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