Gazzetta di Modena

Modena

Le parole di don Erio su vita e morte: «Conta solo amare»

di Martina Stocco
Le parole di don Erio su vita e morte: «Conta solo amare»

I concetti di eutanasia e accanimento terapeutico tra i temi trattati nel corso dell’incontro sulla pastorale della salute

3 MINUTI DI LETTURA





«Come porsi davanti alla fragilità data dalla morte?». Una domanda, anzi “la” domanda posta dal vescovo nel primo incontro dei Venerdì di Pastorale della Salute, proprio alla vigilia dell’apertura del Giubileo. Don Erio ha ricordato il parallelismo tra la nascita e la morte. «Tutte e due sono segnate dalla passività – ha spiegato – si dice, infatti, “sono stato concepito” o “mi riconsegno nelle braccia di qualcuno”. L'importante è che avvenga dentro un grembo, dove ognuno senta l'affetto. Il bambino, all'inizio della vita, è tutto affetto. Anche nella fase terminale è così. Le persone ammalate percepiscono se sono amate o no, se sono dentro un grembo o “appoggiate” lì». Il tema della cura è stato più volte affrontato nella serata. Un primo aspetto riguarda chi o cosa vada curato: il paziente o la malattia? Un'altra domanda è: fin quando proseguire le cure? «Le cure palliative – ha riconosciuto il dottor Paolo Vacondio, citando l'Organizzazione mondiale della Sanità – affermano la vita e considerano la morte un processo normale. Non è loro obiettivo né affrettare né procrastinare la morte. L'importante è il raggiungimento della migliore qualità di vita per i pazienti e le loro famiglie. Bisogna trovare qualità, mettere vita in quel tempo. L'eutanasia e il suicidio assistito non c'entrano niente». Per spiegare il concetto di cure palliative è stata utilizzata la metafora del muro. «Il muro non si può abbattere -ha spiegato Vacondio – come non si può guarire la malattia a uno stadio terminale. Il malato non deve essere trattato come un “ariete” per provare a oltrepassare il muro, medicalizzando all’estremo. Se ci ponessimo al suo fianco, mettendoci a guardare quel muro e decidendo insieme come poterlo “abbellire”, accompagneremmo il malato nel percorso di fine vita. Così si cerca il modo migliore, per lui e i suoi cari, di raggiungere la morte». Di accanimento terapeutico ed eutanasia ha parlato anche Gabriele Semprebon. «Eutanasia vuol dire buona morte – ha spiegato don Gabriele - ed è quello che ci auguriamo tutti. Questa era l'idea iniziale, poi è diventata far morire. Dubito che in Italia ci sia eutanasia, ma c'è accanimento terapeutico. Fare di più non vuol dire per forza fare meglio. La medicina palliativa è lenta, sobria, rispettosa, giusta. Bisogna curare la morte, riappropriandoci di essa: ciò significa riappropriarsi della vita». Già da tempo alcuni medici modenesi hanno attivato una rete di assistenza domiciliare per malati in fase terminale. «Parlo in rappresentanza del “gruppo provinciale”- ha detto Maria Cristina Poppi, medico di medicina generale - con cui condivido da tre anni il progetto delle cure palliative domiciliari, il “Nodo” (Nucleo operativo domiciliare oncologico). Quando si ha un malato in famiglia è come avere un “terremoto”. La malattia terminale cambia completamente la vita. Noi stiamo a fianco del malato e dei familiari, mettendoci in ascolto delle loro esigenze. Siamo abituati a curare la malattia, non il malato: un grave errore. Io, come penso i miei colleghi, ci sentiamo in contatto intimo, quasi religioso, in una vicinanza forse non misurabile con la famiglia assistita». Ma le nostre strutture ospedaliere sono pronte a fronteggiare questa esigenza? «Il contesto tecnico e professionale -ha risposto Massimo Annicchiarico, direttore generale dell'Ausl – è il punto di partenza. Dobbiamo costruire un sistema di assistenza preparato ma che non sottovaluti l'aspetto umano di questa realtà sociale». «È prevista l'organizzazione degli hospice – ha ricordato il sindaco, Gian Carlo Muzzarelli - negli ospedali in rete della nostra provincia».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google