MODENA. Franco Fontana, che oggi compie 82 anni, racconta una Modena di cui è impossibile non innamorarsi. Una città affascinante, ricca d’arte, di ricordi e di promesse. È una questione di occhi. Quelli di Fontana hanno qualcosa di speciale, sono il suo segreto e il suo tesoro. Sono gli occhi che gli hanno permesso di vedere i paesaggi, i colori che lo hanno reso famoso, uno dei grandi fotografi contemporanei, riconosciuto in tutto il mondo. Un maestro che nei suoi corsi, invitato da prestigiose università e musei, non “insegna”, ma stimola gli allievi a “capire” e “vedere”.
Cos’è Modena per Franco Fontana?
«Modena è la mia città. Ci sono nato, in via Modonella, il 9 dicembre 1933, alle sei di sera. Era un sabato freddo e buio, mi hanno poi detto. Ho vissuto nella stessa casa con i miei genitori, mio fratello Marco e mia sorella Luisa, fino a 27 anni. Poi, sposandomi, ho cambiato location. Sempre a Modena. All'ingresso della casa in cui abito, ho messo una pietra miliare con scritto “Parigi 1050 Km, New York 6.031 km, Piazza Grande 6 km”. Io ho sempre avuto l'elastico per tornare. Senza alcuna presunzione, cerco di rimanere quello che sono, con umiltà e naturalezza-spontaneità, con passione, cercando , magari con i piedi sotto un tavolo, di intrattenermi con amici, in cene divertenti, dove ognuno conta per uno. Siamo tutti uguali e insieme apprezziamo il nostro lambrusco, con affettati, soprattutto il salame, e tagliatelle alla modenese. Con gli amici veri. E ne ho tanti, non solo a Modena».
Com’è la città vista attraverso l’obiettivo?
«C'è una Modena immaginaria. Quella che ho avuto la fortuna di conoscere ed ho rappresentato anche in tre libri, “Modena effetto notte”, “Modena una città” e “Modena com'era e com'è”, è la mia città del cuore e dell’anima. È la città del Duomo romanico e di Piazza Grande. Ancora oggi, continui a guardarlo e lui continua a risponderti. Dialoga con te. È di una bellezza che non si può neppure descrivere, anche perché ti affascina, ti conquista. Oggi, la città è notevolmente più ricca di allora. Eppure non ha trovato le risorse finanziarie, non ha voluto arricchirsi con opere come la famosa porta di accesso alla città proposta dall'architetto Frank Gehry: la Porta di Sant'Agostino, come ha sottolineato anche Irvin Lavin, avrebbe rappresentato il più bello e scultoreo ingresso in città. Avrebbe fatto parlare della nostra città e avrebbe richiamato a Modena turisti e viaggiatori, da tutto il mondo. Per vedere la Porta di Gehry. Come molti vanno a Reggio Emilia per ammirare i ponti e la stazione ferroviaria medio-padana di Santiago Calatrava. Nel mio itinerario, metterei sicuramente il “Mercato di via Albinelli”. È straordinario. Meglio di me lo conosce mia moglie Uti, in quanto lo vive ogni giorno, tutte le mattine in cui va a fare la spesa. Spesso, l'accompagno anch’io. Per rivedere questo capolavoro dell'arte liberty. Soprattutto per vivere la città e i suoi umori più genuini. Ti riporta al passato. Non solo per le strutture liberty, ma soprattutto per quel ricco, spontaneo rapporto umano che vi si vive. Mentre nei supermercati trionfa l'anonimato. Un altro angolo poetico di Modena è la zona “Pomposa”. Ma non è per me. È dei giovani. C'è un tempo per ogni cosa. Ai miei tempi, frequentavamo le sale da ballo. Ricordo l'“Eden” e il “Piccolo Eden”, il “Mocambo” e il “Settimo cielo”. Dove noi giovani andavamo per conoscere le ragazze. Allora era molto difficile conoscerle e avvicinarle. Molto più difficile era cercare di amoreggiare. Al massimo ci si scambiavano effusioni, carezze e baci, quasi “casti”. Però anche nei balli, nelle nostre balere si respirava l'humus, la spontaneità delle nostre genti, nate e caratterizzate dalla civiltà contadina».
Tra i suoi oltre settanta volumi, edito da “Artestampa” c'è “Modena, effetto notte”. Cosa racconta?
«Provate a passeggiare per Modena di notte: la sentirete più vicina, più disponibile, più amica. Racconto l'atmosfera, l'intensità e la poesia di strade e piazze deserte, scorci, momenti di vita, luci e colori, che sfuggono allo sguardo distratto. Così che l'invisibile diventa visibile. È una città diversa da quella vista e attraversata, spesso in fretta, nella ressa, nella vita di ogni giorno.
Cosa rappresentano per Lei i due fiumi e l'acqua per una città come Modena?
«Conosco i nostri due fiumi, soprattutto, perché, nel secondo dopoguerra, durante i mesi estivi, erano meta di noi ragazzi. Con gli amici, ero un assiduo frequentatore della “spiaggetta” sul fiume Secchia. Allora era riservata solo ai maschi. Nessuna ragazza perbene, avrebbe osato unirsi a noi. Purtroppo...».
Come spiega il suo amore per la cucina modenese e per il piacere di stare insieme?
«Nelle nostre osterie, ritrovi di civiltà e di socializzazione, il cibo da elemento di nutrizione è diventato, via via, elemento fondamentale per il gusto, per la soddisfazione, per il piacere di incontrarsi con i piedi sotto un tavolo. Ho più volte fotografato, interpretato, secondo la mia sensibilità, le specialità enogastronomiche, non solo modenesi. L'enogastronomia è un fortissimo richiamo per la città. È un profumato, saporito biglietto da visita per Modena e le sue tradizioni. Fare sosta in una delle vecchie osterie modenesi (o in un ristorante di qualità) rappresenta mangiare come si mangiava a casa, quando eravamo giovani e Modena era ancora caratterizzata dalla sua civiltà contadina. Anche allora, a tavola si conciliavano anima e corpo. Si usava la fantasia, la creatività all'insegna della tradizione e dei prodotti di qualità».
Cosa rappresenta per Lei la fotografia?
«La fotografia per me è la vita. A Modena è protagonista, da anni con la Fondazione Fotografia, cui ho donato la mia collezione e che si arricchisce con acquisti dai più noti fotografi italiani e stranieri. La fotografia a Modena è un'eccellenza anche grazie alle mostre allestite, dal 2007, che ci hanno portato i più prestigiosi fotografi contemporanei. Un rilievo, però: hanno importato molte mostre ma esportato poco. Soprattutto non hanno proposto né esportato la fotografia italiana. Mi auguro che venga il tempo in cui esporteranno anche la fotografia italiana, anche perché la Fondazione è proprietaria dei lavori dei più noti e, spesso, più importanti fotografi del nostro Paese. Ritornando alla domanda, rispondo che la fotografia per me non rappresenta tanto una professione ma una scelta di vita. Non sono specialista in niente: di volta in volta, studio, cerco di capire, e dopo avere assimilato il tema o il soggetto, lo interpreto e lo creo. Così ho studiato e interpretato temi diversi come la moda, l'automobile, la cucina, i ritratti, come i paesaggi. Con la fotografia mi sento giovane, con la testa e il cuore. Soprattutto mi sento felice, realizzato, quando tengo i corsi. Ho avuto migliaia di allievi che, dal 1978 ad oggi, hanno partecipato ai miei corsi di fotografia, ai workshops che ho tenuto in giro per il mondo».
Per il futuro prossimo venturo cosa la aspetta?
«Premetto che il mio presente si riempie già di futuro. Sono già in via di definizione mostre ed anche volumi, che mi coinvolgono sia professionalmente sia sul piano emotivo. Tra i volumi, una mia autobiografia corredata da un album fotografico dei miei ricordi personali ed un volume voluto dalla Arnoldo Mondadori Editore che racconta, in modo innovativo, l'arte della fotografia. A tutt'oggi, sono più di settanta i volumi dedicati alle mie opere. Tra questi, il libro “Bellezze disarmoniche” che ho realizzato con un gruppo di diversamente abili a Torino. È una splendida pubblicazione sponsorizzata da Francesca Lavazza, manager e donna estremamente sensibile. È stata un' esperienza unica, che mi ha coinvolto anche sul piano emotivo».
Se lei non fosse fotografo, quale altra strada avrebbe potuto o voluto percorrere?
«Posso delineare una strada immaginaria. Potrei fare il cambio con uno scrittore di narrativa, che crei storie che regalano emozioni. Anche con uno scrittore di diari, che, come diceva Tiziano Terzani, “sono la traccia importante della nostra vita”. Ma ciascuno deve fare quello che sa fare, quello che gli interessa di più. Quando mia moglie Uti mi dice “non sai neanche fare un uovo fritto”, rispondo “Quello non è il mio ruolo. Io faccio il fotografo” e cerco di farlo al meglio. Senza volere scalare alcuna classifica. Secondo me, le classifiche valgono solo nello sport, dove c'è una competizione. Nella fotografia, come nell'arte in generale, tutto dipende dalla valutazione soggettiva di ognuno di noi. Vivo la fotografia con entusiasmo e creatività, esprimendomi per quello che penso e testimoniando ciò che vedo. Credo che non sia sufficiente guardare: servono occhi che vogliono vedere e capire. Ecco perché, quando invito a coltivare, senza pregiudizi, l'arte della fotografia, non insegno niente, ma stimolo ognuno a generare l'autofecondazione. Non si fotografano immagini, ma piuttosto riproduzioni di noi stessi. Se fotografo un paesaggio, è il paesaggio che entra in me: potremmo dire che si fa l'autoritratto per esistere al meglio. La creatività è una presenza dell'intelligenza, una nota distintiva della personalità fatta di invenzione, emozione, fantasia, versatilità. Insomma, un pensiero avventuroso che fa a pezzi le regole, aperto a nuove esperienze».