La torre Ghirlandina di Modena: segreti e curiosità in 900 anni di storia
Dalla Sala dei Torresani dove abitavano i custodi, alle campane e alle scale elicoidali verso la vetta: viaggio tra i segreti della Ghirlandina di Modena
MODENA. Da novecento anni guarda tutti dall’alto. Sotto di lei scorre la vita della città e per secoli il ritmo di questa vita è stato scandito proprio da lei: la Ghirlandina. Così presente nella nostra quotidianità da divenire una visione ovvia, ma mai scontata, che ha ancora tanto da raccontare e insegnarci. Eretta in buona parte entro il 1169 o 1179 - l’ambiguità sulla datazione deriva da un’iscrizione presente su un rilievo posto al secondo piano della torre, che riporta come data di conclusione dei lavori il MCSVIIII, nella quale la S può avere la valenza di “sexaginta” (sessanta) o “septuaginta” (settanta) - in origine era conosciuta come “Torre di San Geminiano”.
L’etimologia del nome “Ghirlandina” ha invece una duplice radice. La prima è più logica, vuole che derivi dalla decorazione “a ghirlande” delle balaustre marmoree che ornano il coronamento ottagonale cuspidato (la punta della torre). La seconda è più esotica e piacerebbe tanto anche ai tifosi del Modena legati da un forte gemellaggio con la squadra di calcio della città di cui stiamo per parlare: nel ‘500 giunsero a Modena numerosi ebrei in fuga dalla Spagna, in particolare da Siviglia, città nella quale svetta la torre Giralda (in spagnolo “Ghiralda”) coeva della nostra torre campanaria.
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Essendo le dimensioni della nostra più piccole, la chiamarono piccola Ghiralda ossia Ghiraldina, che nel parlato comune divenne Ghirlandina. A favorire questa ipotesi è anche il fatto che studi effettuati nei secoli, suppongono che le ghirlande ornamentali siano state aggiunte in epoca rinascimentale e non al momento della progettazione romanica. Come dicevamo, anche ad occhio nudo si vede dove terminavano i primi cinque piani ai quali venne aggiunta la cuspide sotto progetto di Arrigo da Campione, che iniziò i lavori nel 1261. Lavori che terminarono il 28 settembre 1319 con la posa sulla guglia del pomo dorato dentro al quale vennero riposte preziose reliquie, tra le quali una appartenente a San Geminiano.
Ma nel 1583, l’architetto Rinaldi volle rimetterci mano alzandola di altri sette metri e facendo posare una croce dorata sul globo. La pianta quadrata e massiccia della torre è alleggerita da monofore, bifore e trifore man mano che si sale. Al pian terreno della torre si trova la “Sala della Secchia Rapita” dal cui soffitto pende una riproduzione della secchia, oggetto di contesa tra i modenesi e i bolognesi all’epoca della battaglia di Zappolino del 1325 (l’originale è conservata nel palazzo comunale). Il primo piano non presenta aperture, ma è delimitato da cornici raffiguranti uomini e animali fatte dai maestri campionesi. Il secondo piano presenta una monofora e le decorazioni degli spigoli raffigurano personaggi mitologici come le sirene, i centauri e altri animali fatati presi dai bestiari medievali.
Ai piani successivi si aprono una bifora e una trifora e le cornici sono animate da figure umane: un suonatore di corno, un danzatore, Re Artù che uccide un ariete, una fanciulla con un fiore che ricorda molto la Bonissima, un guerriero con lo scudo, Re David che suona l’arpicordo e ancora Artù e Ginevra che ballano. Il quinto piano era un tempo abitato dai custodi della torre e per questo la sala ivi ospitata prende il nome di “Sala dei Torresani”. Forse questo ambiente fungeva anche da cella e da tribunale, come lasciano supporre i capitelli presenti su uno dei quali è raffigurata la storia di due giudici, uno giusto e uno corrotto.
Le campane si trovano al sesto piano: il campanone e la campana di Sant’Omobono sono del 1639, un’altra è risalente al XVII° secolo e due sono del 1989 che sono andate a sostituire le più antiche datate 1350. La cima della guglia è raggiungibile tramite una scala in legno dalla forma elicoidale costruita nel 1600. Dopo un capillare restauro che l'ha occultata dallo sguardo dei modenesi dal 2007 al 2011, ora la Ghirlandina svetta “bianca, èlta e slanzèda, cun la punta al zél”, come un dito puntato verso il cielo per indicare ai geminiani di ricordarsi chi davvero ci guarda dall'alto, nonostante lei stia lì con i suoi 86 metri e 12 centimetri da quasi un millennio, guardiano più fedele e vigile della nostra città.
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