Vittorio Sgarbi: "Modena per me è uno scrigno di bellezza"
Da quasi trent’anni frequenta la città e la sua arte. "Voi siete una capitale, tutto il resto è provincia"
MODENA. Vittorio Sgarbi riesce sempre a sorprendere. Anche, e soprattutto, quando parla d'arte e del suo amore per la pittura. Scordiamoci il critico infiammabile, il polemista da salotto televisivo, il rissoso e irascibile Sgarbi. Questo è un altro, forse il vero Sgarbi: quello che affascina parlando di un quadro, che porta a scoprire o riscoprire bellezze e tesori. Uno Sharbi dichiaratamente innamorato di Modena e della Galleria Estense, che conosce benissimo, e che pur non risparmiando critiche, elogia il Manichino della storia della coppia Mazzoli-Bottura. Dal 1987 è un assiduo frequentatore ed estimatore delle bellezze modenesi, di chiese, musei, case private della nostra provincia.
Quali artisti modenesi, pur avendo talento, non hanno avuto la fortuna che avrebbero meritato?
«Difficile dirlo. Tutti gli scrittori o artisti cosiddetti minori hanno potenzialità che non hanno trovato i giusti riconoscimenti. Anche perché, nel nostro Paese, giganteggiano i più grandi artisti del mondo, di tutti i tempi. Alessandro Tassoni, come Antonio Delfini, Paolo Monelli, Giuseppe Pederiali avrebbero potuto avere maggiori riconoscimenti. Per non parlare di artisti come Antonio Begarelli, Guido Mazzoni, Francesco Stringa, gli Erri, Adeodato Malatesta. Stanno avendo più successo i contemporanei Enrico Prampolini, Carlo Mattioli, Franco Fontana o Wainer Vaccari. Ma su tutti primeggia Wiligelmo, il vero primo grande artista moderno. Con un anticipo impressionante, Wiligelmo racconta le storie di Adamo ed Eva, racconta la prima storia vera di uomini, con una forza e un impatto che anticipa, di secoli, il realismo magico. Prima ancora di Cimabue e Giotto, Wiligelmo, scultore, ha aperto una nuova strada. Anziché parlare per concetti, racconta la storia vera degli uomini, nei loro corpi, nella loro carne, nella felicità, nel dolore, nella sofferenza. Col ritmo di un film, fa sfilare davanti a noi i personaggi di questo dramma. Il ritmo narrativo è serrato: la genesi si sviluppa in un rapporto diretto tra l'uomo e Dio, in uno spazio fin da subito reale, dopo una prima apparizione di un Dio simbolico in una mandorla. L'artista vuole coinvolgere continuamente chi lo guarda, reinterpretando in modo assolutamente originale i temi del Genesi. E non solo l'uomo vi appare in tutta la sua forza e la sua debolezza: anche Dio (non Gesù) è tra gli uomini come motore di azioni, nella pienezza della sua forza e del suo corpo. Così inizia il racconto dell'arte italiana e nessuno riuscirà ad essere più persuasivo, più veloce, più sintetico di Wiligelmo, nell'illustrare il dramma dell'uomo».
La fotografia secondo il modenese Franco Fontana "non deve illustrare ma esprimere qualcosa". Cosa è la fotografia per Vittorio Sgarbi? Condivide che Modena sia una delle capitali della fotografia?
«Modena è sicuramente una delle capitali della fotografia, con la sua "Fondazione Fotografia". Ha anche uno dei maestri della fotografia creativa, Franco Fontana, che rende visibile l'invisibile. Vede quello che noi non vediamo: astrazione e colori. C'è un istinto che precede l'intuizione creativa, che gli permette di esprimere la sua fecondità. Per Fontana la fotografia è una esperienza di vita e di creatività, full color».
Lei, recentemente, proprio alla rinnovata Galleria Estense, ha illustrato i "tesori di Modena".
«Dagli anni Cinquanta è cominciato il sacco dell'Italia, con i palazzoni delle periferie raccontate da Pasolini e da Testori e cantate da Celentano. Il 1960 è lo spartiacque tra l'Italia pura dei nostri genitori e quella contaminata di oggi. Anche Modena si è adeguata. Anzi, a Modena, i palazzoni hanno deturpato anche il bellissimo centro storico e i suoi viali verdi. Basti pensare all'orribile palazzone dell'architetto Pucci, che sovrasta la bella, armoniosa Palazzina Vigarani e le due "Torri Librarie" di 23 metri, previste nel progetto di Gae Aulenti per il complesso Sant'Agostino. In Italia, la bellezza è stata difesa in modo esemplare fino all'epoca fascista. Grazie ai vincoli della Legge Bottai il nostro Paese ha salvato la propria identità. Poi, ci sono stati gli anni del boom economico e dell'impazzimento, dell'ubriacatura del gusto e della bellezza. Dalla distruzione "organica" e dissennata, per fortuna, si sono salvati i tesori di Modena. Ferrara è una città morta, Bologna è disperazione. Modena invece è euforia, felicità. Dal 1598, le opere d'arte più belle di Ferrara sono state trasferite a Modena e sono nella Galleria Estense che è ora riconosciuta come uno dei venti musei più belli e ricchi d'Italia. Basterebbe pensare al Velazquez, il primo pittore del mondo spagnolo, che sintetizza l'arte da Giotto fino a Francis Bacon. Da solo il ritratto di Francesco I d'Este, vale un viaggio a Modena. La vostra città surclassa anche Bologna. La Galleria bolognese non ha una sua precisa configurazione. Invece, la "Galleria Estense" è caratterizzata da collezioni organiche. Modena è Wiligelmo, ma non ha solo il Duomo. Ha artisti come Bartolomeo Bonascia, con le sue tarsie lignee e la sua "Pietà" del 1475, Cristoforo da Lendinara, ha Cosmè Tura, che è quasi pari al Velazquez. Sempre nella vostra Galleria avete un Bianchi Ferrari che, con "La crocefissione" del 1490, non ha nulla da invidiare al Perugino. Avete Palma il giovane, Pinturicchio. Oltre alla Galleria avete anche la Biblioteca Estense con preziosi incunaboli e codici miniati. La Galleria Estense e la Biblioteca Estense sono state lasciate alla città dall'ultimo Duca di Casa d'Este-Austria, Francesco V. Potremmo essere al Louvre: ci sono delizie ogni venti metri. Ora che gode di autonomia speciale, la Galleria Estense può competere con i grandi musei d'Italia».
A Modena, hanno organizzato la mostra kolossal "Il manichino della storia", accompagnata da tante polemiche.
«Tra le ultime mostre che ho curato ad Expo e "Da Cimabue a Morandi" a Palazzo Fava di Bologna, abbiamo avuto, rispettivamente 700 mila e 80mila visitatori. Il segreto del successo è anche questo: una ottima, qualificata, mirata promozione. Modena ha impegnato una somma sbalorditiva (si parla di 600 mila euro) per Manichino, mostra voluta dal gallerista Emilio Mazzoli e dallo chef pluristellato Massimo Bottura. Sono soprattutto artisti della Transavanguardia, provenienti da collezionisti privati del territorio. Anche per questo ritengo eccessivi i costi. Ho letto critiche per il curatore. Lo stesso Philippe Daverio ha sottolineato che è un poeta, non un critico d'arte di rilievo. Infatti, la critica maggiore alla mostra va ai testi sotto alle 90 opere che, forse, sono poesie ma non sempre di chiara leggibilità. A fine mostra, comunque, ho scritto "Modena è capitale. Il resto d'Italia, provincia". Modena ha dato prova di avere coraggio, di essere l'unica città in Italia che ancora investe in cultura, pur essendo circondata dal deserto. Però un consiglio-suggerimento va dato al vostro assessore alla Cultura: per contenere i soldi pubblici, sarebbe stato opportuno cercare di coinvolgere di più anche i privati. Inoltre, per ammortizzare i costi, sarebbe stato bene (ma siete ancora in tempo) cercare di esportare questa mostra in Italia e all'estero. Infine, se si vuole fare conoscere e promozionare una mostra, una città, un territorio, occorre mettere a punto e realizzare un piano di marketing. È mancata la promozione della mostra».
Se fosse sindaco di Modena, cosa farebbe?
«Vorrei che Modena diventasse il luogo della libertà di parola. La città dove quelli che sono costretti a tacere nei loro Paesi, o che testimoniano di incredibili condizioni di vita determinate da dittature e da governi non democratici possano parlare. Vorrei fare di Modena la capitale della parola e della cultura. Ricordando proprio che non si dà cultura senza libertà di parola».
bertà di parola».
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