Grandedil “infiltrata”? Caos giustizia
Il Tar la riammette in white list a Modena ma le nega il certificato antimafia a Milano. E 109 lavoratori vengono licenziati
NONANTOLA. Semmai fosse stato necessario avere conferma di come la giustizia italiana sia soggettiva, ecco che il caso Grandedil diventa di scuola. Perché l’azienda nonantolana, esclusa dalla white di list di Modena dopo che la prefettura di Milano le aveva notificato un’interdittiva antimafia, ora si trova in un limbo. A Modena, infatti, è stata reiscritta nella lista di merito dopo che il Tar si è pronunciato favorevolmente, ma in Lombardia resta azienda ancora esposta a condizionamenti malavitosi, come hanno deciso i giudici del tribunale amministrativo meneghino. E ad aggiungere incredulità ad una situazione già di per sé paradossale vi sono altri due aspetti: le contestazioni mosse all’impresa edile, specializzata in grandi opere, sono le medesime e le due sentenze emesse dai Tar sono arrivate ad appena 4 giorni di distanza: il 30 novembre quella di Bologna e il 4 dicembre quella di Milano.
Eppure i due giudici hanno valutato all’opposto le deduzioni fatta da Granedil per cancellare quella macchia che rende tuttora nebuloso il futuro di un’impresa che fino all’interdittiva antimafia contava su oltre 100 addetti e che ora è ridotta ad un solo dipendente amministrativo. Senza poi scordare le ricadute economiche, quantificate in 8 milioni di euro, che entrambi i Tar - stavolta in modo unanime - non hanno optato per far rifondere.
La situazione di Grandedil precipita a fine ottobre 2014 quando due imprese, a cui aveva subappaltato trasporto terra e nolo a freddo di mezzi, vengono interdette dalla prefettura di Milano dopo essere rimaste coinvolte nell’operazione Quadrifoglio contro le infiltrazioni malavitose ad Expo. Grandedil, che in quel momento si sta occupando della realizzazione della Tangenziale Esterna di Milano, si vede rescindere un appalto da 40 milioni di euro e anche la prefettura di Modena si adegua all’indicazione dei colleghi lombardi, escludendola dalla white list del terremoto. I primi due ricorsi al Tar bocciano le deduzioni dell’azienda nonantolana, che però viene riabilitata dal Consiglio di Stato il quale “riteneva che i circoscritti rapporti d’affari instaurati, con adeguate precauzioni, dalla Grandedil con le ditte Edilscavi e Tripodi non fossero idonei a configurare un rischio attuale e concreto di condizionamento mafioso”.
Per i giudici di Bologna, richiamati a valutare la situazione, l’impresa va riammessa in white list perché “ha adottato tempestive e coerenti iniziative di dissociazione, provvedendo a risolvere i contratti con le due imprese subappaltatrici e ad allontanarne mezzi ed operai”. Per Milano, invece, la situazione resta cristallina: Grandedil era parte del sistema. Tant’è vero che nel dispositivo di sentenza si parla di “cooperazione tra le società finalizzata alla partecipazione ad appalti pubblici con intenti elusivi della normativa antimafia».
Grandedil quindi è pulita per Modena e ancora compromessa per Milano. «Siamo senza parole», dicono da Nonantola, annunciando l’intenzione di fare appello sul rigetto del ricorso in Lombardia. Ancora più duro l’ex amministratore, Giovanni Coppola, che ha ceduto l’impresa per 15mila euro a fronte di un fatturato 2014 di 22 milioni di euro. «La legge non è uguale per tutti - accusa - Anche altre aziende hanno avuto subappaltatori interdetti, ma solo io mi sono trovato in questa situazione. Ho perso tutto, ho venduto un’impresa a cui ho dedicato la mia vita. Ma soprattutto mi chiedo perché proprio la Grandedil? Forse eravamo scomodi e non dovevamo lavorare in un cantiere così importante come la Tangenziale di Milano. E perché Grandedil non è stata commissariata? Lo avevo chiesto, ma nessuno mi ha mai dato udienza in prefettura. Invece per Cpl si sono mossi tutti».
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