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Il liceo Corni presidia il processo alla Mafia

di Chiara Ferri e Tecla Venturelli
Il liceo Corni presidia il processo alla Mafia

La classe 5D ha partecipato ad un’udienza di Black Monkey In Aula a Bologna dopo tre anni di percorso sulla legalità

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È stato denominato Black Monkey, dal nome di una scheda contraffatta per slot machine. È uno dei più grandi processi per mafia mai aperti in Emilia-Romagna, oggi secondo solo al processo Aemilia. Punti focali?

L’arresto di Nicola Femia, detto “Rocco”, l’inizio di una vita sotto scorta per il giovane giornalista Giovanni Tizian e numerose parti civili coinvolte, come l'associazione Libera.

La novità forse più interessante però, è il profondo coinvolgimento delle scuole, la presenza nelle aule del tribunale di Bologna di classi che vogliono assistere alle udienze, per testimoniare, con un gesto simbolico, la loro attenzione e partecipazione alle questioni di mafia.

Tra queste classi la 5D del liceo “Fermo Corni” di Modena.

«Assistere a questo processo si presenta per noi come un’occasione unica, che segna un po’ il culmine delle attività di educazione alla legalità svolte nel corso del triennio. Abbiamo letto saggi e partecipato a conferenze organizzate dalla nostra scuola: Rita Borsellino, Don Ciotti, il giudice Antonino Di Matteo. Siamo contenti di essere qui».

La criminalità organizzata di stampo mafioso è da sempre una delle principali piaghe che affligge l’Italia, e ora si può proprio dire, tutta l’Italia. Fino ad un decennio fa il fenomeno era considerato tipico delle regioni meridionali, e il fatto che fosse circoscrivibile ad una determinata area geografica ci ha fatto credere che il Nord potesse esserne immune. Le indagini hanno però portato a galla una serie di fatti, non trascurabili, che denotano una presenza della criminalità mafiosa anche in Emilia-Romagna. Dimostrazione tangibile di questa vicinanza e coesistenza con il nostro sistema politico ed economico è l'apertura del processo, iniziato il 28 marzo 2014, che vede come principale imputato Nicola Femia, originario di Marina di Gioiosa Jonica, in provincia di Reggio Calabria.

Giunti in aula gli studenti occupano le file a loro assegnate in fondo alla sala. Gli avvocati sono già disposti nei relativi banchi. Rocco Femia è recluso in un “acquario”, in quanto giudicato colpevole di altri reati e detenuto nel carcere di Parma. È così vicino. Dopo alcuni minuti fanno il loro ingresso in aula i tre giudici. Le pause dell’udienza sono frequenti. La prima, subito dopo l’appello, a proposito della sparizione di Et Toumi Ennaji, definito il “teste chiave” dell’intero processo. È proprio da lui, infatti, che è partita l’indagine. I giudici si ritirano perché devono decidere se le dichiarazioni rilasciate dall’uomo, non in sede processuale, sono acquisibili agli atti oppure no. A far luce sulla situazione, aiutando gli studenti, ci sono alcuni volontari dell’associazione Libera, che si occupa di informare la classe sulle complesse dinamiche giudiziarie e sui fatti accaduti durante le precedenti udienze. I giudici fanno il loro ritorno in aula e le parole del giudice vengono mediate per i giovani inesperti da una studentessa di Giurisprudenza associata a Libera.

C’è poi l’interrogatorio di alcuni testimoni, è qui che si delineano con più chiarezza le dinamiche con le quali l’imputato intrecciava i suoi rapporti. Ora Femia è di fianco al suo avvocato. Vengono chiamati al banco dei testimoni, uno ad uno, uomini d’affari, tecnici informatici, operai e parenti dell’imputato. Chi si avvale della facoltà di non rispondere, chi resta sul vago, chi si dimentica il nome dell’intestatario delle quote societarie cedute. Fare chiarezza sulla vicenda non è semplice e, considerati i tempi, non sarà nemmeno una cosa rapida.

Gli studenti abbandonano l’aula durante una pausa, devono prendere un treno. «Questa esperienza - dice uno di loro - è stata senz’altro utile per capire più a fondo le dinamiche mafiose e per non sentire così lontano un problema che davvero ci tocca molto da vicino». Pochi passi oltre il tribunale entrano in un bar. In un angolo c’è una slot machine: le sue luci e i suoi colori rappresentano, in questa giornata particolare, il potere dell’infiltrazione mafiosa.

5D Liceo Scientifico Corni

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