«Più ore tra i banchi per lo psicologo»
Marco Franchini lavora con Fermi e Don Milani sul tema del bullismo: «Si deve agire sulle famiglie»
«Sicuramente oggi siamo molto più sensibili rispetto ai fenomeni di bullismo, perché abbiamo gli strumenti per evidenziare qualcosa che c'è da sempre ma che solo da pochi anni riusciamo a studiare e combattere». A parlare con noi delle dinamiche tra prepotenti e vittime Marco Franchini, psicologo di Fermi e Don Milani, spesso a contatto con relazioni sociali complesse. «La nostra società, ambiziosa di migliorare, non deve più tollerare determinati atteggiamenti nelle relazioni fra coetanei, soprattutto se giovani: comportamenti in cui una persona viene ripetutamente messa a disagio non possono più essere accettati. Ben venga la sensibilità, tuttavia deve costituire solo il punto di partenza, sennò si rischia di sfociare nell'allarmismo».
Bullismo: come si combatte?
«Per affrontare queste situazioni bisogna esserci, questa è la prima cosa. Purtroppo oggi lo psicologo scolastico è sì presente in quasi tutte le scuole ma non con la giusta frequenza e persistenza. Non si può pensare di fare prevenzione e interventi a spot, è una cosa assolutamente non efficace, perché non la persona competente non ha tempo fisico per osservare i fenomeni. Agire dopo l'accaduto è sempre un intervento riparativo, ma il primo strumento per evitare determinate dinamiche negative è la presenza di una figura con conoscenze e sensibilità costantemente a disposizione all'interno dell'istituto scolastico. Un intervento non preventivo fatto oggi è un costo spesso non risolutivo un domani. Lo psicologo deve lavorare in forte sinergia con tutte le figure presenti e, qualora succedessero determinate cose, confrontarsi e capire meglio la situazione. L'esperto ha poi ovviamente il compito di intervenire. Il primo step è parlare con il ragazzo vittima, spesso con bassa stima di sé e un modo di relazionarsi nel contesto sociale che è inadeguato. Bisogna poi agire sulla famiglia, specialmente sui papà, visto che sto notando una forte crisi della figura paterna, mai come in questo periodo, spesso sprovvista di autorevolezza».
Ci sono segnali da cui gli adulti, quali insegnanti o genitori, possono comprendere se un ragazzo è vittima di prepotenze?
«La prima cosa fondamentale è sempre osservare, guardare bene i possibili segnali, quali difficoltà di concentrazione, isolamento e altri piccoli campanelli di allarme. Poi bisogna passare a studiare il comportamento del giovane in casa: se gli atteggiamenti relazionali mutano in senso peggiorativo, ecco che ci può essere qualcosa di strano. Attenzione però a non passare dall'osservazione alla diagnosi, che si rischia di far dei danni».
Come si posso prevenire questi fenomeni?
«Bisogna prima di tutto informarsi, i canali sono tanti, dal telefono azzurro ad altri centri del comune di Modena. Altro aspetto è la preparazione, lo studio: non possiamo pensare che si possa fare il genitore forti solo delle proprie esperienze passate. Le mamme sono da sempre predisposte a fare formazione e mettersi in gioco su questo tema, i papà meno; questo uno dei perché, tra l'altro, dell'aumento della considerazione della figura materna. In ultima analisi credo sia necessario intervenire a livello sociale. L'adolescente è giusto che non senta più casa sua come un luogo in cui esprimersi appieno, allora va fatto uscire. Il problema non è il fatto che esca, il problema è dove va. Il parco, il supermercato o il cinema sono luoghi aggregativi non formativi e invece sono questi ultimi che servono e che, purtroppo, scarseggiano».
Il gruppo classe che ruolo ha?
«Oggi molte volte le classi sono rimaste un'aggregazione di persone, invece essa deve essere considerata una squadra. Bisognerebbe lavorare tanto sul gruppo e favorire l'apprendimento cooperativo. Se la classe è coesa la parte sana tende a isolare l'elemento aggressivo e sostenere la vittima, altrimenti nel caso contrario avviene l'opposto».
Andrea Decarlo
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