Sofia Bonvicini: vi racconto mio papà Bonvi, le sue Sturmtruppen e la mia Modena
La figlia del più famoso e amato fumettista italiano racconta Bonvi e il suo mondo di personaggi indimenticabili, celebrati in mostre, pubblicazioni e in un intero parco di Modena
MODENA. La matita scorre lenta, quasi distratta, sul blocco note di carta gialla. Un tratto leggero, appena accennato, ad accompagnare le parole di Sofia Bonvicini. Un tutt'uno con i suoi pensieri, movimento meccanico, del tutto naturale. Il segno è sfumato, armonico. Così diverso da quello deciso e marcato del padre, che ha dato vita alla saga militaren più famosen del monden, con le sue Sturmtruppen.
Sofia Bonvicini, di quel Franco, noto con lo pseudonimo di Bonvi, è figlia primogenita. Trentuno anni, architetto e designer di talento, coordina dal 2014 il progetto Bonvi 2.0, che punta al rilancio delle opere di suo padre, uno dei più grandi fumettisti italiani di sempre.
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«Generosità - non ha esitazioni Sofia, interrompendo per un attimo il suo schizzo estemporaneo - è la prima idea cui associo l'immagine di mio padre. Bonvi era un uomo che sapeva trasmettere agli altri il modo in cui lui stesso viveva la realtà. Riusciva a farti vivere il suo mondo. Era una persona generosa nel senso meno materiale del termine, sapeva sempre uscire dalle convenzioni». E alle convenzioni, Bonvi è sempre stato realmente poco incline. Sin dalla nascita a Modena, nel 1941, quando fu tuttavia registrato dalla mamma all'anagrafe sia di Modena che di Parma per spuntare una doppia tessera annonaria, risorsa decisamente preziosa in tempi di guerra.
Una certezza: è indiscutibilmente a Modena che nasce la sua favola artistica.
«Bonvi è stato un grande designer della comunicazione, un Pop Designer, lo definirei - sorride Sofia - è un aspetto di mio padre che ho scoperto ed apprezzato solo recentemente, durante il lavoro di recupero dello smisurato archivio che ci ha lasciato. Riduttivo inquadrarlo come fumettista, era un artista a tutto tondo, un innovatore dotato di un'immaginazione incontenibile, cui accompagnava una cura maniacale per gli aspetti tecnici e tanta voglia di sperimentare. Un approccio artistico frutto senza dubbio del suo periodo di formazione modenese, è qui che ha plasmato il suo estro creativo, alla corte della Vimder film di Guido De Maria, cui era approdato tramite l'amico Francesco Guccini. Influenzato da quella corrente di Anti Design che ha caratterizzato gli anni dello Studio Memphis, Sotzas, Archigram, Enzo Mari, Super Studio + e tanti altri, che hanno lasciato evidenti tracce nel suo studio Playcomics, fondato proprio a Modena alla fine degli anni 60».
Non convenzionale nemmeno quella sera del 1968, in cui la leggenda vuole che una tovaglia di carta di un'osteria abbia ospitato la prima striscia di quello che sarebbe diventato poi Sturmtruppen, il suo successo più travolgente.
Leggenda a parte, la cronaca racconta invece di un concorso indetto dal quotidiano Paese Sera in occasione del quarto Salone dei Comics di Lucca. E' il 1968 e Bonvi si aggiudica il concorso con la sua striscia dedicata alle Sturmtruppen, inno all'antimilitarismo con il quale importa in Italia il formato della daily strip americana. Nasce ufficialmente il mito.
«Le Sturmtruppen sono l'Opera Rock di quello che è stato una vera Rock Star del Fumetto», commenta la giovane designer, riprendendo la definizione di Bonvi coniata da Vasco Rossi. «Le reclute tedesche, il Capitanen, il Sergenten, siamo tutti noi. Siamo noi stessi i protagonisti di quelle strisce, con le nostre quotidiane contraddizioni ed i nostri paradossi. Tutti un po' poveracci, a combattere, fucile in mano ed elmetto in testa, contro il vero nemico: noi stessi. Un nemico che, proprio per questo, non compare mai nelle strisce disegnate da Bonvi».
Ai suoi famosi soldaten, Bonvi fa seguire Cattivik nel 1969, lasciato successivamente al tratto dell'allievo Silver, quel Guido Silvestri, altro ispirato modenese cresciuto alla sua corte. Ancora, le fantascientifiche Storie dallo Spazio Profondo, frutto di immaginari viaggi spaziali partoriti e gettati su carta insieme all'amico Francesco Guccini, fino allo spassoso Nick Carter, il detective pasticcione creato con Guido De Maria nel 1972 ed apparso nella prima puntata televisiva di quello che diventerà un vero programma cult, "Supergulp! I fumetti in TV". Poi, a raffica, le Avventure di Milo Marat, le Cronache del Dopobomba, l'Uomo di Tsushima, Marzolino Tarantola, Capitan Posapiano, Super Pip e tantissimi altri ancora.
Una serie smisurata di divertenti personaggi, caricature della vita quotidiana, disegnata miscelando sapientemente un'infinità di tecniche, dal chiaroscuro alla china, passando per il massiccio ricorso ai retini, di cui Bonvi fu uno dei primi interpreti italiani. Gallerie di eroi che potrebbero riempire perfino un intero parco. «Già, il Bonvi Parken, proprio un'esperienza fantastica», riavvolge il nastro Sofia, indietro al 2011, quando l'allora assessore alla Cultura di Modena Roberto Alperoli la coinvolse nel progetto. «Dedicare un'area verde ad un artista locale e dar vita ad un parco monotematico era una sfida entusiasmante. È stato un onore disegnarne i contorni e progettarne lo stile. Per me, vissuta a Bologna per i primi vent'anni di vita e formatami artisticamente all'Università di Architettura ed Ingegneria Civile di Ferrara, Modena era solo una città di cui avevo sentito parlare bene. “Ok, accetta Sofia! - mi sono detta - però, tu non ne sai proprio nulla di Modena!”. È nato in quel marzo del 2011 il mio legame con Modena, in un mese che mi sono concessa per vivere la città e conoscerla di persona. Girando in bicicletta, ho osservato i percorsi nel parco e la sua gente a spasso in primavera, fino ad innamorarmi di Modena. Ho scoperto una città attiva culturalmente, attenta a valorizzare le tante risorse che possiede. Le sono molto grata, per l'occhio di speranza che mi ha restituito il lavoro con le pubbliche amministrazioni e con il Museo Civico d'Arte. Credo che il Bonvi Parken, al di là del mio coinvolgimento, sia uno splendido esempio di marketing territoriale, di valorizzazione della propria cultura».
Percorsi, padre e figlia, che s’intrecciano sotto la Ghirlandina. «Tra i bulloni delle sagome saldati nel parco per ovviare ai furti degli appassionati e l'amore nato per l'aperitivo in Pomposa, tuttora il mio luogo preferito per un drink serale, a Modena ho imparato soprattutto molto di me - di nuovo, la matita interrompe il suo scorrere sul foglio - Fino al Parken, facevo un'enorme fatica a scindere la figura di Bonvi con la parte emotiva che si trascinava dietro. Avevo undici anni nel 1995, quando mio padre se n'è andato in un incidente stradale. Ero molto legata a lui. Il progetto del parco è stato un banco di prova che mi ha fatto mettere in gioco e mi ha aiutato a metabolizzare. A guardarmi dentro, a prendere consapevolezza che Bonvi non è stato solo il mio papà, ma una figura importante anche per migliaia di fans. Ho trovato spesso pesante il fatto di vivere di vita riflessa, di essere la "figlia di" e penso ogni giorno a quanto mi manchi. Ma lavorare ad un progetto che ho sentito mio mi ha obbligato ad andare oltre l'emotività. Ecco, Modena credo mi abbia aiutato molto a girare pagina e a crescere».
Fa impressione la Sofia professionista, che parla del padre chiamandolo Bonvi, proprio come fa ognuno di noi. Quel distacco necessario anche per portare a termine il grande lavoro di recupero dell'immenso archivio artistico del fumettista. Oltre 10.000 strip salvaguardate e un patrimonio pronto per essere riproposto, attualizzato, al pubblico d'oggi. Progetto ambizioso, il Bonvi 2.0, che Sofia coordina insieme a Claudio Varetto, la N+V Comics, Umberto Vittorio Favero e l'avvocato Giorgia Passacantilli. «Credo andasse fatto - conclude Sofia - È un patrimonio da tutelare e sono contenta di mettere la mia impronta sull'immortalità delle opere di mio padre».
E questa volta è di nuovo Papà, non più Bonvi, mentre la matita si posa e mostra uno schizzo gentile, dalle linee architettoniche armoniose e dalle prospettive perfette.
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