PERCHÈ SÌ. STEFANIA VECCHI
Gentile redazione, quest’anno a Natale ho messo sotto al piatto una letterina di antica memoria: «…e se il cavallo di Paladino restasse per sempre nella mia città?». Ovviamente in cambio, come di...
Gentile redazione,
quest’anno a Natale ho messo sotto al piatto una letterina di antica memoria:
«…e se il cavallo di Paladino restasse per sempre nella mia città?».
Ovviamente in cambio, come di consueto, promettevo di essere più buona e, perché no, di impegnarmi anche personalmente perché questo desiderio potesse realizzarsi. Mi rendo conto che in momenti di crisi possa apparire uno spreco investire soldi in beni apparentemente non primari, ma ritengo occorra muovere da alcune considerazioni: una collettività che non riconosca nell’abbellimento urbano un compito prioritario abdica ad uno dei suoi ruoli fondamentali che è, tra gli altri, di rendere fruibile a tutti opere d’arte che sarebbero invece privilegio di pochi; raramente nella mia non più breve permanenza in questa città ho sentito un giudizio così unanimemente positivo rispetto ad un’opera d'arte: piace la sua realizzazione, la sua collocazione, ciò che evoca; non vorrei che Modena venisse ricordata come la città dei «no»! No a Gehry, no Gae Aulenti, salvo poi invidiare la vicina Reggio. Ben venga dunque il dibattito su questa questione ma cerchiamo di tenere separato il giudizio sull’operazione complessiva inerente la mostra all'ex Manifattura dall’impatto che l’installazione di Paladino ha determinato in quella parte di città. Come molti sanno il proprietario dell’opera è il gallerista Emilio Mazzoli, esperto di arte contemporanea di fama internazionale. Personalmente non trovo scandaloso che, per una volta, si sia preferito valorizzare competenze locali, suppongo anche che il signor Mazzoli, come tutti, non lavori per la sola gloria, ma è anche intuibile che insinuazioni continue e sterili accuse blocchino sul nascere eventuali slanci collaborativi.
In conclusione non vorrei che i continui veti incrociati condannassero la nostra città all’immobilismo o peggio ancora a morire soffocata tra grappoli d'uva, motori inquinanti e cibi ipercalorici, anche se raffinati… Invito dunque i modenesi interessati a farsi avanti e dire la loro senza delegare i partiti su questa questione perché il cavallo di Paladino non è né di destra né di sinistra ma è semplicemente molto bello lì dov’è. Esistono anche le tasse di scopo e donazioni a fini di mecenatismo e trovo sufficientemente nobile autotassarsi per rendere più bella la propria città magari all'insegna dello slogan: “A Modena meno asini e più cavalli”.
Stefania Vecchi
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