Haemotronic, il giudice scagiona tutti
Archiviata anche la posizione del tecnico e della proprietà. L’ordinanza: «Non potevano prevedere, inutili nuove indagini»
MIRANDOLA. Il giudice Teresa Magno ha messo una nuova definitiva pietra tombale sull’inchiesta penale per i crolli del 29 maggio 2012 alla Haemotronic di Medolla. Le vite di Paolo Siclari 37 anni, Matteo Serra, 40, Biagio Santucci, 24, e Giordano Visconti, 33, non hanno responsabilità configurabili nel reato di omicidio colposo.
Il provvedimento chiude così con una nuova archiviazione la penultima delle inchieste sui crolli nel modenese, che hanno avuto esiti opposti a quelli del ferrarese.
Depositata in cancelleria lo scorso 18 dicembre, l’ordinanza definisce in particolare due posizioni rimaste in sospeso, dopo le opposizioni alle archiviazioni proposte nell’ormai lontano novembre del 2014.
Fu lo stesso procuratore dell’epoca, Vito Zincani, ad anticipare che per la Procura della Repubblica di Modena non c’erano estremi di reato. Una scelta che scagionava tutti e 12 gli indagati, al termine di indagini delicate, condotte anche con un inusuale incidente probatorio, fatto di sopralluoghi, consulenze di parte e perizie.
Contro la richiesta di archiviazione si erano spese le famiglie delle vittime, mai risarcite, sostenendo che quella del 29 maggio era di fatto una tragedia annunciata dal rilascio della agibilità dopo il 20. Presentarono cinque memorie diverse, concentrate su due figure: Mario Maretti, il tecnico che dopo le scosse del 20 maggio aveva verificato l’agibilità dei capannoni, e Renato Ravizza, titolare dell’azienda che, come si ricorderà, è stata poi ricostruita a Mirandola.
La situazione si è trascinata a lungo, in quanto il giudice titolare dell’indagine è rientrata in servizio di recente.
Nell’ordinanza di archiviazione, la dottoressa Magno accoglie la richiesta - non opposta - per i primi dieci indagati.
E decide che analoga archiviazione meritassero le posizioni degli altri due. In sostanza perchè le opposizioni delle famiglie non hanno apportato nessun nuovo spunto per le indagini, e perchè le motivazioni addotte dalla Procura e dagli avvocati difensori Cosimo Zaccaria (conosciuto e stimato legale del foro di Modena, che con la collega Alessia Massari rappresentava Maretti) e Luigi Ravagnan del foro di Venezia (che rappresentava Ravizza) fossero degne di decisiva considerazione. Questioni argomentate in nove pagine del provvedimento, dettagliato nello scagionare Maretti.
In sostanza, il giudice citando anche le valutazioni dei periti e del consulente del pm ritiene che il compito affidato a Maretti fosse quello di “una semplice analisi visiva e raccolta di informazioni facilmente accessibili”, aggiungendo che per la conformazione stessa dell’industria “gli specifici elementi di vulnearbilità dell’edificio non erano evidenti in una struttura che, priva di progettazione antisismica, era sopravvissuta agli eventi del 20 maggio”.
Il giudizio richiesto - come ha peraltro argomentato l’avvocato Zaccaria - aveva per oggetto l’agibilità o meno dello stabilimento e non la valutazione della tenuta dell’edificio se si fossero verificati ulteriori eventi sismici”. E per i difensori quello del 29 è stato un nuovo, imprevedibile terremoto.
Analoghe le considerazioni per Ravizza, nelle quali il giudice fa notare come le normative non imponessero alla proprietà di costruire edifici antisismici, essendo Mirandola valutata all’epoca come area a bassa sismicità. Ravizza insomma non era obbligato “a conformare la struttura” a norme successive più stringenti e non c’è prova che, anche facendolo, “il crollo nella specifica situazione sarebbe stato evitato”. Per di più, si dice che nessuno degli operai era stato obbligato a rientrare, e la produzione era ripresa “solo a seguito del giudizio di agibilità”.
Circostanze che per il giudice sono chiare e rendono superfle ulteriori indagini.
Alberto Setti
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