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La strage di Bolognina tra il silenzio e la discarica

di Alberto Setti
La strage di Bolognina tra il silenzio e la discarica

Ieri la commossa commemorazione dei 17 morti nello scontro tra treni del 2005 «Preghiere e non discorsi», ma la ferita resta aperta. C’è chi butta rifiuti nel sito

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CREVALCORE. Dopo undici anni, tutto è cambiato. Dove lo scontro tra due treni seminò morte, dolore e indignazione nazionale, non ci sono più tracce di una tragedia che ha spezzato 17 vite, molte modenesi, e ne ha compromesse tante di più, nelle ferite, nella privazione e nei ricordi. Duecento metri oltre la vecchia abitazione del casellante, oggi compressa tra la strada interrotta, il cavalcavia che le incombe sopra e il cantiere del sottopasso in costruzione, ci sono i nuovi doppi binari che hanno cambiato atmosfere e prospettive.

E ci sono i rovi incolti, nel punto preciso dell’incidente, dietro ai quali qualcuno ha pensato bene di buttare vecchi mobili. Una discarica. Altri usano questo posto che vorrebbe mantenere una memoria indelebile come una latrina fuori dalla borgata. In questa tristezza, c’è chi ha voluto attraversare rovi e “liquami”, per appendere alla recinzione un mazzo di fiori. Perchè quella memoria sia meno compromessa. Attorno alle 12, undici anni dopo quel nebbioso e freddo 7 gennaio 2005, sono cinque i treni che si intervallano a Bolognina. Due dei macchinisti forse neppure sanno. Due invece, alla guida di carrozze locali e trasandate, fanno fischiare i loro convogli. Un fischio che si ripete ogni anno, e che gela il sangue dei ricordi. Il terzo treno prova a fischiare, ma la tromba è debole, vecchia. Un’altra tristezza...

A qualche centinaia di metri, nel parco della stazioncina della borgata, la ricorrenza si celebra nel silenzio. Lo scorso anno ci fu il blitz dei cittadini di Viareggio, parenti vittime mai rassegnate di una tragedia assai simile. L’opposto di quei pochi famigliari delle vittime della Bolognina che ieri hanno partecipato. Mai costituiti in comitato, alcuni mai presenti alle ricorrenze, chiusi nel loro dolore. D’altra parte il processo è finito nel 2011 con l’assoluzione di 10 dirigenti delle Ferrovie. E senza un appello.

«Delle responsabilità non voglio parlare», dice una vedova. Un’altra, moglie del ferroviere che perse la vita tornando a casa in treno a fine turno non si è mai arresa: «Al di là di come sono andati i processi, questa tragedia poteva essere evitata. E ogni anno, quando si avvicina questa data, è una ferita che si riacutizza».

Alla messa e alla commemorazione la Bassa è presente con qualche gonfalone. Più gonfaloni che persone. Ci sono dirigenti di Rfi e Trenitalia, i cittadini che intervennero, rappresentanti istituzionali tra cui sindaco ed ex sindaco di Crevalcore, alcune associazioni di protezione civile... Niente discorsi ufficiali, ma un minuto di raccoglimento davanti al cippo con i 17 nomi, inclusi quelli di Donatello, Diana, Claudia, Anna, Andrea e Manuel. «Una preghiera silenziosa e sobria- la spiega così don Francesco - perchè ora siamo noi che cominciamo a chiedere alle vittime di pregare per noi. Li considero i santi protettori della nostra gente».

«I discorsi li abbiamo fatti per 10 anni - spiega il sindaco e onorevole Claudio Broglia - Vuol dire trasformare il ricordo in una cosa che non si può più cancellare».

C’è anche chi si avventura in discorsi rassicuranti, anche a distanza, su investimenti e sicurezza. La verità è che c’è ancora un “buco” nella linea raddoppiata, tra San Felice e Poggio. Dopo i nuovi assetti, le proteste, i ritardi dei treni locali, il 14 gennaio è previsto un vertice. Per chiudere quel buco e aggiungere qualche fatto nuovo alle parole. Visto che, tra l’altro, il treno più nuovo delle tratte locali è stato dirottato qualche tempo fa su un’altra linea, politicamente più protetta.

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