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Storia di Diego, autistico ma studente di Pavullo senza paura

di Saverio Cioce
Storia di Diego, autistico ma studente di Pavullo senza paura

Da bambino i primi specialisti parlarono di un disturbo gravissimo, inguaribile. Dopo anni di psicoterapia, lavori a scuola e aiuti in famiglia parla con una tastiera

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PAVULLO. Sembra una favola di Natale, affettuosa e avvolgente. Ma la storia raccontata in un libro appena uscito è una di quelle che se non fossero vere dovrebbero essere scritte apposta per dimostrare che curiosità, tenacia e tanto affetto possono arrivare a risultati impensabili.

Per Diego Malverti, studente di terza media alle Montecuccoli di Pavullo, le lancette della vita sembrano fermarsi attorno ai due anni quando i suoi genitori, preoccupati per la sua immobilità e la scarsa reattività iniziata quasi all’improvviso, lo portano da alcuni specialisti in neurologia.

La loro diagnosi è drastica come una sentenza: «Suo figlio è autistico, non ci sono speranze. Inutile farsi illusioni. Deve tenerlo così com’è e farsene una ragione. Si rassegni, al massimo potrà fare qualche passo in avanti, riconoscervi; potrete capirvi per le funzioni essenziali come fame, sete e stanchezza. Potrete persino aiutarlo a essere più autonomo». Bisogna partire da qui per capire i tredici anni seguenti che hanno portato oggi Diego essere quello che è assieme alla famiglia e ai compagni di scuola. Se nella sua casa di Rozzano, a pochi chilometri da Pavullo, si occupa assieme alla madre di pecore, oche e galline dell’azienda agricola, assieme ai compagni di classe segue le lezioni con profitto e senza programmi differenziati per la sua condizione di disabile grave.

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Di più: Diego Malverti parla, dialoga con gli altri, anche se mantiene qualche ritrosia con gli sconosciuti da cui si sente giudicato o allontanato, risponde alle interrogazioni e fa i compiti a casa. L’infanzia fatta di giornate passate a spostare e a rimettere a posto le matite colorate è un ricordo sfocato, anche se ancora adesso si diverte a giocare con i colori.

Ma è il computer lo strumento che lo affascina e che lo ha messo in contatto con il resto del mondo. Anzi, per l’esattezza una tastiera disegnata su un foglio di carta che si porta sempre dietro e su cui digita uno alla volta i caratteri che compongono le parole. Se è agitato bisogna che i primi minuti qualcuno gli tenga la mano, poi va da solo e se ne ha voglia tiene anche la biro in mano per una scrittura un poco appuntita ma perfettamente comprensibile.

Il tunnel del silenzio, la solitudine e l’incomunicabilità sono alle spalle. Certo, a scuola ha al suo fianco l’insegnante d’appoggio, a casa una famiglia che gli è sempre stata a fianco. Certo, negli incontri con la psicoterapeuta a Modena non usa le parole perchè si contano sulle dita delle mani quelle che usa con fatica.

Ma che importa ormai? Il ghiaccio è rotto e Diego non può che migliorare: e ha solo 15 anni e la vita davanti, con il progetto di iscriversi al liceo l’anno prossimo e di continuare ad allenarsi nella squadra di amici del rugby a Castagneto.

«Dopo la prima diagnosi per tre anni mi sentivo senza più forze - racconta la madre Tina, un’energia inesauribile per migliorare la vita quotidiana di Diego - Sono state le maestre alle elementari a farci capire che c’erano dei miglioramenti. E da lì abbiamo cominciato ad affidarci ad altri specialisti».

L’incontro con Antonella Riccò, psicoterapeuta e oggi responsabile della Neuropsichiatria infantile all’Ausl di Pavullo e con Glenda Gnudi, logopedista, è stato decisivo. Un lavoro paziente, infintesimo, fatto di ascolto e sguardi per anni, di giochi e tentativi di dialogo, inutili per anni prima di diventare un’esperienza unica.

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