MODENA. Walter Veltroni, politico, giornalista, scrittore, regista, storico, ha con Modena un profondo legame. Sia nel libro, sia nel film dedicato al grande segretario del Pci, “Quando c'era Berlinguer”, Veltroni cita in più occasioni la nostra città, ricordando la lunga e partecipata “amicizia politica” del leader con Modena e i modenesi. Amicizia e frequentazione che risalivano agli anni in cui Berlinguer era dirigente giovanile del partito, durante i quali visitò e frequentò le Case del Popolo; e poi ancora nel 1977, per la “Festa nazionale dell'Unità” accompagnato dall'allora sindaco Germano Bulgarelli; e nel 1981, quando incontrò Enzo Ferrari a Fiorano per poi visitare l'Accademia Militare di Modena.
Profondo anche il rapporto di stima e amicizia di Veltroni con Franco Cosimo Panini che conobbe in occasione della cerimonia di premiazione del “Premio Tevere” al Teatro dell’Opera di Roma nel 1992 quando, dopo avere confessato il suo amore giovanile per le famose figurine dei calciatori “Panini”, Veltroni, da direttore de “L'Unità” (dal 1992 al 1995) rivoluzionò il mondo editoriale dei quotidiani, arricchendoli di libri e videocassette, in allegato, e della raccolta, appunto, delle figurine di calcio “Panini”. Tra i diversi e prestigiosi riconoscimenti e incarichi di Walter Veltroni si può ricordare come dal 9 ottobre 2014 sia membro del Consiglio Direttivo dell’Unicef Italia. È inoltre co-presidente (con Mikhail Sergeevic Gorbaciov) del Summit mondiale dei “Premi Nobel per la Pace”, è Presidente onorario della “Lega Basket” (oltre all'amore per il calcio, anche quello per la pallacanestro); è Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana, è Cavaliere dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia 2000) e “Gran Croce dell'ordine pro merito Melitensi”. Si è inoltre aggiudicato diversi importanti premi letterari per le sue opere di narrativa.
Politico, amministratore e statista, giornalista, scrittore e regista, uomo fortemente impegnato nel sociale e per la cultura. Quale è il Veltroni che preferisce? Quale sente più aderente alla sua vocazione? E quale il suo messaggio civile e politico?
«Mi è impossibile (e credo sarebbe sbagliato) separare, le une dalle altre, le mie passioni e le mie esperienze. Non sono - non siamo - una persona ad una dimensione. L'impegno civile, sociale e politico l'ho sempre messo insieme alla curiosità intellettuale e alla passione per la letteratura e il cinema. E penso che ciascuno debba saper coltivare tutte le sue dimensioni anche se a rischio di un impoverimento, di un inaridimento».
Lei è di frequente a Modena. Qual è il suo rapporto con la città? Quali sono, o quali possono essere, secondo lei, le eccellenze modenesi?
«Modena ha sempre avuto un ruolo importante nella storia della sinistra italiana ma vorrei dire di più nella storia italiana. Per la straordinaria capacità dei suoi abitanti di dare il meglio di sè con creatività e impegno nell'affrontare i problemi. Per il testardo impegno sociale e civile dei suoi abitanti. E poi di eccellenze ne avete tante senza bisogno che sia io a indicarvele».
Quali episodi, chi, quali modenesi ricorda con maggiore simpatia e stima e perché?
«Prima di tutto ricordo Paola Manzini, compagna di tante battaglie politiche e poi un uomo colto e diretto, gentile e geniale come Franco Cosimo Panini».
Suo padre Vittorio è stato uno dei protagonisti dell'informazione-comunicazione del nostro Paese, sia come intellettuale che manager della Eiar-Rai e, tra l'altro, ha “scoperto” e valorizzato persone come Enzo Biagi, Sergio Zavoli e Mike Bongiorno. Dopo il suo libro “Senza Patricio”, ecco ora l’ultimo “Ciao” dedicati a suo padre. Ci può dare un ricordo-testimonianza di lui?
«Un modo per ricordarlo oggi, a un'età a cui lui non è mai potuto arrivare. Mio padre è morto a 37 anni e oggi coi suoi 37 anni potrebbe essere mio figlio. La presenza di mio padre, un uomo di cui non conservo neppure un ricordo diretto, neppure una foto che ci ritragga insieme, è stata una costante nella mia vita ed è emersa in qualche modo anche negli altri romanzi, in maniera più o meno esplicita. Con “Ciao” ho voluto rendergli omaggio, così come un omaggio lo ho reso anche a mia madre (una presenza straordinaria e fortissima) e a tutta la mia famiglia. Ma è anche un fare i conti con se stessi col proprio cammino con le cose fatte e le tante che restano da fare».
Il 26 luglio 1956 è il giorno dell'affondamento dell'Andrea Doria ma anche e soprattutto è il giorno in cui suo padre “è andato via per sempre”. Perché, come mai, ha aspettato 59 anni prima di scrivere “Ciao”, che, è stato definito, “la sua memoria pubblica e privata”?
«Come dicevo è da quando ero ragazzo che cerco di ricostruire la figura di mio padre. In questo ho avuto uno straordinario aiuto dai suoi amici, dai grandi giornalisti e dagli uomini che con lui hanno fondato la televisione italiana. Ma credo sia ora arrivato il momento di trasformare questo insieme di ricordi in qualcosa di più, in un ritratto. È un passaggio importante della mia vita. Talvolta scrivendo mi veniva da dire: “No questo poi lo cancello è troppo personale, troppo intimo”. Ma a conti fatti non ho cancellato nulla».
Nel romanzo lei scrive che “la nostra è una società di fratelli, orfana dei padri”. Quali caratteristiche aveva la società di allora, quella di suo padre? E quali le caratteristiche della sua e della nostra società di oggi?
«Mi ha molto colpito la riflessione di Massimo Recalcati, psicoanalista e scrittore, che ha parlato del “complesso di Telemaco” e soprattutto di una società senza padri. Ci ho ritrovato dentro riflessioni che mi portavo dietro e che nascevano dalla mia esperienza e dai miei sentimenti. Credo davvero che la nostra sia una società in cui la figura del padre si sia scolorita, perdendo certo anche gli elementi negativi che la tradizione portava con sè, ma anche quei principi di autorevolezza e di modello. Per quanto riguarda il confronto tra le due società credo, per sintetizzare, che allora - negli anni di mio padre e quelli della mia fanciullezza - ci fossero elementi di ottimismo e di voglia di fare che si sono andati smarrendo. Oggi viviamo in una società più opulenta, più aperta, ma che si sente quasi in declino».
Che cos'è la politica? O meglio, che cosa è per lei la “bella politica”?
«Torno all'altra risposta: la bella politica è rovesciare quella sensazione di declino, restituire ottimismo e impegno, voglia di fare nella certezza che il futuro che possiamo costruire sarà migliore del presente. La politica, quella vera, è una cosa bella».
Nel suo pamphlet politico “E se domani. L'Italia e la sinistra che vorrei”, lei auspica un certo modello di sinistra. Oggi, è un sogno, un'utopia? O può essere realizzato?
«Io credo soprattutto che sia necessario. Abbiamo sotto gli occhi l'esito del voto francese dopo le stragi di Parigi. Vedo il rischio che una sinistra che non sia fortemente riformista, moderna, possa soccombere davanti alle paure e alla spinte populiste. Certo queste spinte hanno facce diverse nei diversi paesi europei: in Francia hanno quella del movimento lepenista dichiaratamente di destra, in Italia hanno addirittura la faccia di una destra populista e per nulla moderata o di fenomeni come quello grillino, in Spagna quella di Podemos… Ma la radice antipolitica è forte ovunque e rischia di diventare una ondata devastante. Per questo abbiamo bisogno - in Italia e in Europa - di una sinistra capace di cambiare le cose e insieme di mostrare una possibilità di un futuro migliore».
Politica e cultura: dal viaggio nella fantasia e nel sogno dell'ingegnere bolognese Giorgio Rosa al sempre più auspicato richiamo-importanza della cultura dei giorni nostri? Inoltre, contrariamente a quanto sostenuto da un ex ministro, è vero che la cultura rende anche economicamente?
«Certamente. Lui diceva che la cultura non si mangia. Io ho sempre risposto che la cultura si respira: è un “alimento” ancora più essenziale. E se non lo è in un paese come l'Italia che detiene la maggior parte dei beni culturali di tutto il mondo allora dove lo è? Credo che la cultura - intesa anche come creatività, espressività - sia una delle nostre doti meno “sfruttate”. Lei ricordava il sogno dell'Isola delle Rose (il romanzo dedicato all'idea dell’ingegner Giorgio Rosa) A me viene in mente anche una frase famosa del Sessantotto: il pane e le rose. Lo sa che è stato il più grande sciopero operaio americano guidato dalle donne?».