«No al dialetto per la segnaletica: è da provinciali»
«Immaginavo, all’ingresso della città, un imprenditore o un agente di commercio straniero o comunque uno non del luogo, che fosse a Sassuolo per affari o anche semplicemente un visitatore, un turista,...
«Immaginavo, all’ingresso della città, un imprenditore o un agente di commercio straniero o comunque uno non del luogo, che fosse a Sassuolo per affari o anche semplicemente un visitatore, un turista, e vedesse questo cartellone recante a caratteri cubitali la scritta “Sasòl” e si interrogasse con un significativo “boh!”. Ma come, Sassuolo, centro mondiale della piastrella, centro d’eccellenza per qualità e innovazione nella ceramica e nell’automazione, si presenta così?». È l'affermazione dell'avvocato Stefano Vincenzi, nella querelle di queste settimane sui cartelli stradali. «La città - continua - deve dare un’immagine di apertura, di espansione, di sguardo verso il mondo, non di retroguardia, di chiusura, di sguardo verso un “piccolo mondo antico”. Nessuno vuol sminuire il dialetto, tutt’altro, ma passi una didascalia, una postilla aggiunta in dialetto al cartello segnaletico principale, non mai in dialetto lo stesso segnale principale d’ingresso alla città. Avrei gradito, invece, una didascalia del tipo “Tile valley” o “Città della ceramica” o anche “Città del palazzo ducale – museo autonomo” (ovviamente formulato in linea con le norme del codice della strada sulle segnaletiche stradali). Si fa ancora in tempo». (al.sci.)
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