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A Modena i segreti dell’Homo di Naledi

stefano luppi
L'Homo di Naledi: i suoi segreti illustrati da Damiano Marchi
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L'Homo di Naledi: i suoi segreti illustrati da Damiano Marchi

Damiano Marchi in città per raccontare il lavoro che ha portato all’importante scoperta archeologica

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MODENA «Homo di Naledi è una nuova specie dell'evoluzione umana individuata nel 2013: non era esattamente come noi umani odierni, ma non era neanche più una scimmia perché univa caratteristiche di entrambi. Saliva sugli alberi, ma era capace di lunghe camminate come gli uomini. All'interno di questa scoperta fondamentale io mi sono occupato, a seguito di un bando internazionale, di capire come camminava questo ominide». A parlare è il docente di antropologia dell'Università di Pisa Damiano Marchi, ieri a Modena per una serie di conferenze relative a una delle principali scoperte antropologiche degli ultimi cent'anni.

Professore qual è l'importanza della scoperta?

«Le circa 1.500 ossa, per un numero complessivo di 15 individui, rinvenute nel 2013 in Sud Africa, nella Dinaledi Chamber del complesso della Rising Star cave, hanno permesso di descrivere una nuova specie. Appunto il cosiddetto Homo naledi. Questa specie, alta circa 150 cm, mostra caratteristiche intermedie tra Australopithecus e Homo: la morfologia del cranio, della mandibola e dei denti è simile a quelli delle altre specie di Homo, mentre le dimensioni del cervello, grande circa 550 centimetri cubici, sono comparabili a quelle di Australopithecus, il più vecchio esemplare è Lucy e non dissimili da quelle del gorilla odierno».

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E gli arti inferiori?

«Loro hanno una forma molto simile a quella di Homo sapiens, mentre la conformazione del bacino ricorda quella di Australopithecus afarensis. Le proporzioni delle dita della mano sono invece simili a quelle dell'uomo, ma le falangi prossimali sono estremamente ricurve, anche in misura maggiore rispetto a qualsiasi australopiteco».

Lei di cosa si è occupato?

«Come ho spiegato all'Università e all'Accademia di scienze, arti e lettere io mi sono occupato in particolare dell'osso perone, chiamata fibula, fondamentale per capire come camminavano i nostri antenati. Nel caso di Homo naledi il ritrovamento di diversi peroni ha permesso di comprendere meglio l'evoluzione della camminata e di come passo dopo passo nel corso dei millenni siamo arrivati a noi».

A che epoca risale l'uomo di Naledi?

«L'età dell'Homo non è stata ancora determinata, perché il suo ritrovamento nella grotta con molti fossili confonde i dati. I ricercatori parlano di un lasso di tempo variabile dai circa 2,5 milioni di anni a un milione di anni fa. C'è ancora un dibattito acceso a questo proposito».

Ci descriva quindi come immagina fosse questo antico antenato?

«Gli austrolopitici vivevano in ambiente boschivo e non in ambiente aperto, naledi invece è più moderno. Tenga conto, per capire la sua evoluzione, che le ossa di questi individui erano in quella grotta del Sudafrica a seguito di una deposizione dei morti. Finora però non abbiamo evidenze sulla presenza di siti abitativi in altipiani pianeggianti».

La scoperta, come ha raccontato anche National Geographic Italia dell'ottobre scorso, è stata effettuata nel settembre 2013 da due speleologi, Steven Tucker e Rick Hunter. I due si sono trovati davanti a una serie di resti che ricomposti hanno individuato appunto una nuova specie. Lo scheletro composto è praticamente diviso a metà tra caratteri del genere Homo (cranio, mani versatili, gambe allungate, piedi come gli attuali) e il più antico Austrolopiteco (spalle primitive, bacino svasato, dita lunghe e ricurve).  

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