Privacy, ex manager di Vasco a processo
Zocca. Salvati chiede al rocker 6 milioni di indennizzo, ma finisce nei guai: il patto di riservatezza sarebbe stato falsificato
ZOCCA. Stefano Salvati, bolognese di 54 anni, per tre decadi ha lavorato al fianco di Vasco Rossi: è stato non solo il suo regista in diversi videoclip musicali (“Stupido Hotel”, “Buoni o cattivi”, solo per citarne un paio), ma anche manager fidato, a tal punto che il rocker di Zocca lo considerava un amico, al di là del rapporto lavorativo.
Si è dovuto ricredere nell’aprile del 2014 quando Salvati, poco dopo la cessazione della collaborazione professionale tra i due, cita in giudizio il Blasco. Il motivo? Il pagamento della prima rata da 200mila euro dei complessivi 6 milioni previsti dal patto di riservatezza firmato un anno prima. Si parla di un documento che Vasco, nel corso della sua lunga carriera, ha fatto firmare a tutti i suoi collaboratori e in cui il firmatario si impegna a mantenere l’assoluta riservatezza sulla vita privata del cantante; all’interno di quel documento, però, non sono riportate né cifre né compensi ulteriori rispetto al normale stipendio. Tanto che i legali di Vasco presentano l’originale per confutare quello di Salvati. Il caso finisce nelle mani del pm Domenico Ambrosino che ascolta gli altri collaboratori di Vasco: tutti negano l’esistenza di indennizzi in denaro nei patti di riservatezza. Il pm, per fugare ogni dubbio, dispone una doppia perizia sui documenti: una per analizzare le firme del Kom e l’altra per verificare la realizzazione del materiale cartaceo. Ebbene, se le firme sull’ultimo foglio di entrambe le documentazioni risultano essere effettivamente di Vasco, lo stesso non si può dire dei fogli “extra” presentati da Salvati, quelli in cui si parla nello specifico del famoso indennizzo da 6 milioni di euro. Tale “aggiunta” proviene da una stampante differente rispetto al resto del documento. Le carte del regista sono un falso e la buonuscita milionaria una bufala.
Scatta così l’archiviazione per Vasco, mentre per Salvati c’è il rinvio a giudizio per falso e calunnia. Il regista quindi presenta una memoria per difendere la propria posizione e ribadire la veridicità della documentazione presentata: Salvati, infatti, sostiene di essere stato negli ultimi trent’anni non un mero collaboratore, ma un manager con un ruolo importantissimo. Una posizione che gli avrebbe consentito di essere a conoscenza di tantissimi segreti sulla vita privata del cantante, tali da concordare la decisione di stipulare un patto di riservatezza unico e differente rispetto al resto dello staff e in cui, appunto, sarebbe stata inserita la buonuscita da 6 milioni: ovvero 200mila euro per ciascuno dei 30 anni di collaborazione tra il regista e il rocker.
Il gip Bruno Perla, però, non ha ritenuto la memoria attendibile ed ha quindi rinviato a giudizio Salvati con le accuse di falso in scrittura privata e calunnia; il processo inizierà il 21 settembre presso il Tribunale di Bologna.
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