Modena. «Ho perso tutto, ma qui in via Bonacorsa ho trovato casa»
L’edificio occupato col Guernica da sette famiglie di disoccupati, precari e poveri. Vivere nel freddo senza acqua e gas
MODENA. «Noi non siamo disadattati. Noi siamo poveri. È una brutta parola? Fa lo stesso. Noi non ci vergogniamo di definirci così. E se siamo qui, è perché per i motivi più disparati abbiamo avuto gravi problemi nelle nostre vite che ci hanno portato qui.
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Oggi viviamo insieme in uno stesso condominio e abbiamo un percorso comune con il collettivo Guernica che ci aiuta e mantiene uno sportello aperto per conoscere i nostri problemi». «Siano abusivi? Sì, è vero, occupiamo un palazzo che era abbandonato da anni e non si sa neanche esattamente di chi è, ma non abbiamo mai avuto problemi con il vicinato. Tanto è vero che prima dell’intervento dei vigili pochi sapevano di noi».
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Via Bonacorsa 20, un palazzo d’angolo con via Carteria, di fronte allo storico bar di Cesare. Da fuori, l’edificio ha un’aria un po’ decrepita: ha visto giorni migliori. Solo uno striscione lungo la facciata indica che si tratta di una casa occupata in collaborazione con lo sportello sociale La Rage, gestito dagli autonomi della Scossa (Guernica) che occupano anche spazi di via Carteria. In questo palazzo demaniale - che non si sa bene se appartenga al Ministero di Grazia e Giustizia (qui alloggiavano il direttore e alcune famiglie di agenti della polizia penitenziaria di Modena) o all’Università di Modena e Reggio - nel maggio 2015 sono entrati gli attivisti del centro sociale, hanno occupato i sette appartamenti e li hanno consegnati a famiglie povere con le quali erano in contatto. Quelle famiglie ancora oggi abitano lì.
Non è certo una reggia. Nonostante siano stati fatti molti lavori di sistemazione interna, soprattutto agli impianti elettrici, l’ edificio dovrebbe essere risanato. Di notte si dorme vestiti. «Fa freddo. Quando accendiamo una stufetta elettrica arriviamo al massimo a 12°», spiega un inquilino. Niente gas e acqua corrente. Pochi riuscirebbero a vivere in queste condizioni, se non costretti. L’unico “lusso” è l’elettricità che, attraverso derivazioni da un contatore esterno, arriva in ogni appartamento. In questo ambiente spartano abitano sette famiglie di italiani e stranieri (marocchini, ghanesi e altre nazionalità). Tutti accomunati da gravi problemi di lavoro e di denaro. Ci sono precari di lunga data, operai specializzati rimasti senza lavoro, dipendenti che hanno perso tutto per la crisi, malati impossibilitati a lavorare.
Racconta Marco (nome di fantasia): «In un certo senso, io sono l’incarnazione delle paure dei miei conoscenti. Appartenevo al ceto medio, avevo un ottimo stipendio e ho perso tutto. Proprio tutto. Qui ho trovato una casa».
«Se mi vedevate nel 2010, non avreste mai detto che sono la stessa persona di oggi. Lavoravo nel commercio, prendevo ottime provvigioni. Avevo una famiglia e una casa. Poi mi sono separato, ho perso il lavoro, dopo la casa e alla fine mi sono ammalato. Mi sono anche rivolto ai servizi sociali ma la mia vita mi ha portato qui». Nonostante questo tracollo, Marco è curato, ha una forte energia interiore ed è determinato. «Tanti inquilini di questo palazzo hanno storie simili alle spalle». Spiega un attivista del Guernica: «Qui non facciamo semplice volontariato. Non diamo un alloggio temporaneo. Noi aiutiamo queste famiglie perché crediamo che si possano condividere lotte sociali comuni. Se loro vivono qui è perché il sindaco e il Comune non si occupano di loro. I poveri, i senza tetto e senza lavoro, per loro sono un problema marginale». Nel condominio si fanno turni di guardia per timore dello sgombero improvviso, ma anche turni per le pulizie. I bambini e i ragazzi fanno doposcuola e si trovano a giocare insieme con alcuni volontari educatori. «Anche l’altra sera, dopo quell’irruzione dei vigili, abbiamo ripreso subito la nostra vita e abbiamo fatto una festa con i bambini», dicono occupanti e attivisti del Guernica.
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