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«Le banche sono sotto tiro e vi spiego i veri motivi»

di Stefano Turcato
«Le banche sono sotto tiro e vi spiego i veri motivi»

«Da una parte i prezzi del petrolio, la Cina, i disinvestimenti dai fondi sovrani e dall’altra la realtà Italia, con sofferenze e debito pubblico che condizionano»

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Le quotazioni dei titoli delle banche alla Borsa di Piazza Affari in questi giorni sono a tratti sbalorditive, altre volte sorprendenti o incomprensibili, soprattutto spesso non collimano con i parametri dell’economia reale. E tutti a chiedersi perché, quali sono i veri motivi. Quali sono i problemi che portano le azioni delle banche italiane a perdere valore, o a riacquistarlo come ieri, in maniera così repentina? E ancora: non ci sarà sotto qualcosa che la gente comune non sa o non capisce? Diventa per tutti questi motivi interessante il parere qualificato di un esperto del settore, quale può essere il professore Andrea Landi, 61enne docente di Economia degli intermediari finanziari nell’ateneo modenese presso il Dipartimento Marco Biagi, oltre che ex presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena per una decina di anni. E il prof. Landi è ovviamente pronto a rispondere per fare chiarezza anche per chi non conosce a fondo la materia.

I due livelli. «Se parliamo di banche - risponde Landi - ci sono due livelli di spiegazione. Uno di carattere generale, che riguarda le materie prime e i costi del petrolio in particolare, quindi i fondi sovrani di alcuni Stati con tutto quello che ne deriva. Poi una seconda che è invece relativa alla specificità italiana. Sul primo livello diciamo che molti Paesi emergenti, o comunque detentori di materie prime, hanno potuto godere per lungo tempo di un accumulo di attività finanziarie, avanzi finanziari che in definitiva derivavano dai prezzi elevati del petrolio, delle materie prime. Ovviamente - precisa Landi - cerco di semplificare per essere chiaro a tutti. Ora questi Stati non possono più godere di quel vantaggio, è sotto gli occhi di tutti il calo di prezzi delle materie prime e una conseguenza che si può osservare è il disinvestimento dai cosiddetti fondi sovrani, dai fondi statali, un riaggiustamento significativo dei mercati finanziari per miliardi di euro o di dollari, cui si aggiungono le diverse valutazioni che ora coinvolgono uno Stato dell’importanza della Cina, da cui provengono segnali che portano a un riavvicinamento fra realtà finanziarie ed economia reale. Perché non si deve dimenticare che, prima o poi, queste due realtà devono tendere a coincidere. Non può durare troppo a lungo la mancanza di corrispondenze fra le due realtà».

Finanza ed economia reale. Quindi una prima spiegazione si collega al grande quadro di crisi che ha portato alla bolla finanziaria e all’esigenza di ricondurre la finanza a rispecchiare l’economia reale. Poi c’è la specificità italiana.

«In Italia - continua il prof. Landi - abbiamo l’enorme quantità di crediti deteriorati, e vere e proprie sofferenze, gli errori del passato con denaro prestato e destinato a non rientrare, problema che penalizza le nostre banche. Se qualcuno tenta di fare credere che la situazione delle banche italiane non sia grave, si sbaglia perché si parla di 200 miliardi di euro, un ammontare nettamente superiore rispetto alle banche di altri Stati europei, anche se va detto che le banche italiane in parte hanno limitato questo problema con 120 miliardi di acccantonamenti. Ma restano 80 miliardi di perdite, che è poi quello di cui si parla oggi e a cui si tenta di porre rimedio».

Il debito pubblico. E qui emerge la vera differenza fra Italia e altri importanti Stati europei, che Landi si preoccupa di sottolineare. «Certo. Perché in Italia non si è fatto ricorso all’intervento statale, a differenza di quanto accaduto per esempio in Germania, per non parlare della Spagna. In Italia le banche hanno dovuto rimediare autonomamente con gli aumenti di capitale, e qui mi piace ricordare il ruolo importante ricoperto dalle Fondazioni bancarie. In Italia non era possibile l’intervento statale per l’enormità del debito pubblico, che non poteva essere ancora appesantito. Le sofferenze sono così rimaste nei bilanci delle banche. Oltre tutto ora l’Unione europea cerca di costringere a non fare più ricorso all’intervento statale e ne deriva il cosiddetto “bail in”, non più l’aiuto esterno ma la soluzione del problema avviene solo dall’interno della banca: si agisce così su azionisti, obbligazionisti e in ultima analisi sui depositanti, sui conti correnti. Eccoci nelle condizioni ideali per diventare oggetto di speculazioni, anche questo aspetto non va sottovalutato: chi fa quel mestiere non si tira certamente indietro in situazioni del genere e cerca di approfittarne. Tanti investitori esperti hanno venduto titoli bancari per poi riacquistarli a breve termine a prezzi decisamente inferiori».

La bad bank. «E adesso - dice ancora il prof. Landi - si cercano soluzioni. Si tenta con la “bad bank” che possa farsi carico delle sofferenze delle nostre banche e gestirle con le proprie competenze specifiche. Si parla di altri aumenti di capitale, oppure di un intervento della Cassa Depositi e Prestiti, oppure ancora trasformare le obbligazioni subordinate in azioni ma sicuramente non è facile».

Landi non risparmia una frecciatina a Bce: «In questa fase, già difficile, perché pubblicizzare ulteriormente i controlli sui crediti deteriorati? Non si poteva evitare per non creare allarmismi che tutto sommato sembrano eccessivi?».

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