«Haemotronic, indagini competenti»
Medolla. Il procuratore Musti difende i colleghi dopo la protesta dei parenti delle vittime: «Nessuno ci parlò di minacce»
MEDOLLA. Correttezza e competenza delle indagini. all’insegna di questi due concetti il Procuratore della Repubblica Lucia Musti ha stigmatizzato e respinto le accuse delle famiglie delle quattro vittime dei crolli all’Haemotronic.
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Come noto, accompagnati dai parenti di altre vittime, i famigliari di Biagio Santucci, Giordano Visconti, Matteo Serra e Paolo Siclari si sono incatenati sabato a Medolla davanti a ciò che resta - il nulla - dello stabilimento Haemotronic (ricostruito a Mirandola).
Una protesta fatta non solo di gesti, ma anche di giudizi negativi nei confronti dell’ordinanza del Gip di Modena, che ha archiviato la posizione di tutti e 12 gli indagati, in particolare dell’amministratore delegato Renato Ravizza e del tecnico Mario Maretti, che aveva rilasciato l’agibilità dello stabilimento dopo la scossa del 20 e prima di quella del 29, quando si verificarono i crolli e i quattro decessi.
A difesa della decisione del giudice e, prima ancora, del lavoro svolto dal collega predecessore Vito Zincani e dai suoi collaboratori, ieri è arrivata una dichiarazione forte della dottoressa Musti, in conclusione della quale il magistrato ha evocato “responsabilità”, lasciando intendere l’intenzione di verificare eventuali profili di responsabilità in capo a chi quelle dichiarazioni - i parenti e i colleghi delle vittime - ha rilasciato.
Una situazione insomma che si fa sempre più pesante: «Massimo rispetto per il dolore delle famiglie, e siamo ben contenti di essere criticati, perchè il nostro non è un lavoro infallibile, ma può essere soggetto alla critica dei cittadini, anche dei non addetti ai lavori - ha detto in sostanza Musti - ma è giusto ribadire che nessuna pista è sfuggita alla Procura .
Tutti i testimoni sono stati sentiti, nessun testimone ha dichiarato di essere stato minacciato per andare a lavorare. Se vera, è una realtà gravissima, e il pm non avrebbe potuto non tenerne conto nel corso delle indagini. Ma tutto questo alle nostre indagini non risulta, sono state svolte delle perizie, con ingegneri altamente specializzati, è stato disposto un incidente probatorio nel contraddittorio delle parti, pubbliche e private, che erano in condizioni di interloquire tra di loro, con i loro consulenti. quando il pm ha richiesto l’archiviazione, c’è stata una opposizione, la cui udienza è durata molte udienze e in tutte queste udienze la parti hanno avuto modo di interloquire con il giudice. Perchè in quella sede non hanno fatto le dichiarazioni poi rese alla stampa? E poichè le indagini le fanno i magistrati e non i giornalisti, era quella la sede...».
Il riferimento è in particolare alle dichiarazioni secondo cui gli operai erano stati indotti a rientrare al lavoro, dopo il 20 maggio. Il pm parla di minacce, rilasciate da persone che si sono travisate. Alla Gazzetta i parenti non hanno parlato di minacce, ma di frasi che lasciavano intendere (“hai il contratto in scadenza...”), l’opportunità di non opporsi al rientro al lavoro.
Nella ordinanza invece è scritto che «non risulta che alcuno fosse stato obbligato a riprendere l’attività lavorativa».
Soprattutto, c’è scritto che la verifica di agibilità dopo il 20 non poteva essere preveggente in quanto “la possibilità di un evento sismico di intensità maggiore non è di competenza dell’ingegnere, ma di un sismologo». E ancora - in sostanza- che la valutazione di agibilità non potesse spingersi a rimuovere i costosi controsoffitti delle camere bianche per vedere le condizioni strutturali dell’immobile: «Gli specifici elementi di vulnerabilità dell’edificio si deve ritenere che fossero non evidenti alla visita effettuata il 21 maggio». Sono queste e altre frasi, lette da “profani del diritto” ad avere innescato la rabbia dei parenti. Peraltro mai risarciti, ma questa è un’altra storia. (ase)
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