«Riconosciamo uguali diritti senza discriminare»
L’affondo dell’arcivescovo sui temi di maggiore attualità, unioni civili e immigrazione: «Accoglienza prima di tutto»
«Nell'agenda sociale di oggi, nazionale e non solo modenese, molti sono gli argomenti all'ordine del giorno. Due tra di essi convogliano ai nostri giorni molte passioni: l'immigrazione e le unioni civili»: così recita il messaggio alla città dell'arcivescovo Erio Castellucci per il 2016, che coincide con la festa del patrono San Geminiano che si celebrerà domenica.
Le sue parole, infatti, cadono in concomitanza con una serie di eventi su cui la Chiesa ha il dovere di esprimersi, tra manifestazione per le unioni civili e Family Day.
«Per sua natura - commenta Castellucci - la Chiesa deve schierarsi con i più deboli: nel caso delle unioni civili, le parti deboli sono senza dubbio la famiglia tradizionale e i bambini. Nel dibattito è necessario comporre il riconoscimento dei diritti civili, in modo che non vi siano discriminazioni».
In che senso? «La famiglia tradizionale è spesso discriminata dalle leggi del nostro paese - risponde Castellucci - mi è capitato più volte di sentire, da parte di numerose persone, che per accedere a sconti fiscali o facilitazioni di vario genere sarebbe stato più conveniente non essere sposati».
Un'ottica che sembra sfidare l'idea secondo cui la parte debole sarebbe costituita da chi, invece, non può avere accesso ad alcuni aspetti del tessuto civile. Quanto ai bambini, il discorso è chiaro: «L'idea di base - spiega l'arcivescovo - è che un bambino abbia bisogno di una figura materna e una figura paterna: salvo eccezioni di cui discutere singolarmente, una legge totalizzante potrebbe agire a discapito dei minori».
E l'immigrazione? In questo caso, il messaggio parla da sé: nessuna differenza sociale, etnica o religiosa. «Come ho ribadito, il nostro compito è quello di schierarci dalla parte di chi non può difendersi da solo», risponde l'arcivescovo.
«Parlo degli stranieri e delle loro condizioni: è necessario operare nella direzione dell'accoglienza e della loro integrazione, naturalmente nel rispetto di quelle che sono le nostre leggi», chiarisce Castellucci.
L'idea di fondo del messaggio del'arcivescovo è che «il sostantivo è più importante dell'aggettivo».
La persona, allora, l'essere umano, deve precedere ogni sua etichetta: «È una sfida anche per noi - commenta Castellucci - che siamo i primi a parlare di credenti e non credenti, praticanti e non praticanti».
Nell'ottica di questo messaggio, come Gesù fu il primo a fare a pezzi ogni etichetta, così deve fare la Chiesa oggi, ma tenendo conto di quelle che, con più o meno evidenza, sono le parti deboli. «È importante portare avanti un'opera di confronto e ragionamento, senza dar voce a emozioni momentanee: - conclude Castellucci - si tratta di temi molto delicati».
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