Castelnuovo, stop allo sciopero dei veleni alla Castelfrigo
Chiuso il presidio dopo il tavolo in Prefettura, ma c’è chi accusa: «Ci hanno impedito di lavorare con la forza». E la proprietà denuncia perdite per oltre 200mila euro
CASTELNUOVO. Si chiude lo sciopero dei lavoratori delle due coop appaltanti, Ilia e Work Service, della Castelfrigo. Un vero e proprio presidio tenutosi negli ultimi tre giorni davanti all’azienda castelnovese, specializzata nella lavorazione delle carni. La svolta grazie ad un incontro in prefettura: «A fronte della disponibilità a valutare le richieste sindacali - fanno sapere Flai e Filt Cgil - sul rispetto della corretta applicazione contrattuale per i 150 lavoratori, le due cooperative e i rappresentanti di Castelfrigo hanno chiesto qualche giorno per verificarne le compatibilità».
E questo è un fatto: da ieri, giovedì 28 gennaio, la produzione riprenderà. Ci sono, però, alcuni risvolti meno chiari della vicenda, uno strascico di polemiche e veleni tra le parti, che esplode in un “contro-presidio” organizzato ieri dalla direzione aziendale ad alcune centinaia di metri dalla sede dove era ancora in corso il presidio. Una manifestazione a cui sono presenti anche molti lavoratori diretti della Castelfrigo.
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Ma non solo, ce ne sono anche alcuni delle coop: «Chi sta scioperando - dice un loro portavoce - non sa nemmeno per quale motivo si trovi lì, con una bandiera in mano». Le richieste degli scioperanti sono varie: vanno dalla denuncia dell’impossibilità di usufruire del bagno durante l’orario di lavoro alla richiesta di un contratto da alimentarista (ovvero un addetto specializzato nella lavorazione della carne) e non da facchino. «Il mio salario è giusto per le mansioni che svolgo e quando devo andare in bagno lo chiedo senza problemi», prosegue il portavoce, e tanti accanto a lui annuiscono.
I sindacati hanno anche accusato la Castelfrigo di aver fatto entrare sostituti di nascosto: «Ma quali sostituti - ribatte Cecilia Berselli, numero uno di Castelfrigo - erano i nostri dipendenti che cercavano di andare a lavorare e gli è stato impedito da chi scioperava».
La Castelfrigo ha 100 lavoratori diretti, una trentina sono presenti al “contro-sciopero”: «Volevamo entrare, ma avremmo dovuto fare a botte per riuscirci. Per non parlare delle minacce ricevute». Accuse su accuse, un muro contro muro che si è leggermente allentato dopo l’incontro in Prefettura (lunedì ve ne sarà un altro), ma i danni per l’azienda restano: «Noi lavoriamo il fresco - spiega la Berselli, affiancata dal legale Domenico Giovanardi - e restare fermi tre giorni è un bagno di sangue. Abbiamo carne ferma nei frigoriferi, per non parlare di quella arrivata sui camion già marcita. Ho dovuto fermare le spedizioni. Noi abbiamo contratti importanti e rischiamo di perderli. In trent’anni ho sempre ascoltato le richieste dei lavoratori, cercando un dialogo. Ma questa volta non c’era alcuna volontà di dialogare, è stato un attacco politico mirato: siamo il capro espiatorio per tutto il settore. Tralasciando gli attacchi personali: per tre notti ho avuto persone sotto casa che mi gridavano ladra. Ma questo è il meno, è il danno economico a colpirci feralmente. Siamo stati vittime di un picchettaggio illegale, non di uno sciopero».
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