Casa della Carità: «Sommersi dalla bontà dei modenesi»
«La nostra è una piccola comunità che vive di Provvidenza, grazie al cibo e agli aiuti delle persone In questa città la gente ha un grande cuore. Con le cose in più aiutiamo famiglie e chi non ha nulla»
MODENA. Una “famiglia” in cui «la Provvidenza sovrabbonda». La Casa della Carità di Cognento non è una semplice “struttura” che accoglie persone in difficoltà. No, è una comunità in cui ognuno può sentirsi importante, ognuno può dare un contributo.
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Ad aprirci la porta è frate Marco. «L’idea è quella di una famiglia - garantisce la guida - in cui le persone accolte trovano un ambiente che aiuta a ricostruire la propria vita. Tante si fermano stabilmente, altri rimangono fino a quando non trovano stabilità». Entrando, c’è un tavolo in cui stanno pranzando alcuni uomini. Sono soprattutto anziani. «Accogliamo quattordici persone - riprende frate Marco - e siamo una comunità moderna. Alcuni hanno handicap fisici, altri psichiatrici, ci sono italiani e stranieri, provenienti dal Mali, dalla Turchia, dall’Algeria, dalla Francia».
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Spazzolati i piatti, in molti si attivano per dare un contributo. C’è chi sparecchia, chi pulisce la tovaglia, chi spazza a terra. In cucina, intanto, s’iniziano a lavare piatti, posate e bicchieri. Prima dell’ingresso nella sala c’è un cartello con tutti gli incarichi del giorno.
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Il ritmo appare sostenuto dalla sveglia (alle 5.45) all’ultimo momento di preghiera della giornata (alle 21). La religione non è un semplice sfondo. Sembra, piuttosto, il vero pilastro della “famiglia”.
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«Viviamo di Provvidenza - assicura frate Marco, sempre in movimento per spronare i suoi fratelli - ed è un concetto religioso che c’identifica chiaramente. Abbiamo molte persone che si avvicinano a portare gli alimenti, alcuni oggetti che preparano, i vestiti, anche offerte di denaro. Quanto ci viene donato è spesso sovrabbondante. Per questo ci attiviamo: sosteniamo situazioni di famiglie o altre persone in difficoltà».
Il primo contributo che si porta nella Casa in stradello Santa Marta è una singola goccia di pioggia prima di un acquazzone di solidarietà. «Le persone che danno solitamente il loro contributo - spiega l’anfitrione - sanno che noi prendiamo. I singoli fanno la donazione, ma dietro ci sono le loro famiglie. A volte c’è la necessità di liberarsi di alcuni oggetti. Per esempio, se muore una persona cara portano i suoi vestiti, spesso nuovi. Alcuni hanno un orto e portano la verdura in più. Ci sono persone di cuore che decidono di prepararci la cena, di portare un dolce, una torta. Ormai conoscono anche i nostri gusti». Il cibo è apprezzato da tanti ed è anche uno dei motivi segnalati dal vescovo.
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«Don Erio è venuto con un vescovo del Ciad (Henri Coudray) - ricorda frate Marco - nella pausa pranzo dell’incontro. Non dimentico quello che ha detto: “Sono molto contento di essere venuto e spero di tornare presto perché siete simpatici, qui si vive il Vangelo e perché si mangia anche bene”. Chi vive stabilmente da noi ha molto apprezzato».
Le parole e la luce negli occhi di tanti “familiari” ne sono una conferma. Terminate le attività, c’è il tempo di riposare un po’ prima di pregare insieme. «I componenti della famiglia sono inseriti nella nostra vita quotidiana - riconosce la guida - e prendono parte ai momenti di preghiera che organizziamo come frati e come comunità. Tutti i giorni abbiamo la messa. Ci sono volontari che vengono per partecipare ai momenti spirituali e a condividere la vita concreta».
A fianco della porta d’ingresso, sulla sinistra, ci sono anche i volti di chi c’è stato. Qualcuno è partito per poi tornare. Come lo stesso frate Marco. «Ho trascorso sette anni nella Casa - ripercorre la guida - poi per altri cinque sono stato a Fontanaluccia. Sono tornato a una realtà che conoscevo per certi aspetti; per altri è stato come immettermi in un una nuova. Alcune persone che erano stabili erano morte, alcuni volontari erano cambiati. Ho ritrovato persone che conoscevo con situazioni di vita diverse; anche la realtà ecclesiale è cambiata. Questo è un cambiamento che è stato positivo».
Le persone giungono spesso su segnalazione dei servizi sociali. «Non abbiamo nessun tipo di convenzione - rimarca la guida - o sussidio strutturato con il Comune. Il Signore provvede oltremisura. Il nostro desiderio è che la nostra realtà sia sempre di più conosciuta e “sfruttata” a livello ecclesiale per quello che è: una palestra di vita per le persone».
(2,continua)
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