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«Dalla ritirata in Russia a Modena sono vivo per miracolo»

«Dalla ritirata in Russia a Modena sono vivo per miracolo»

Felice Dallari, 92 anni, è uno degli ultimi reduci ancora in vita di quella tragedia «Artiglieria pesante inutile sul ghiaccio. Partimmo in 800, siamo tornati in 18»

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MODENA. Quando arrivano i giorni della “merla” e si avvicina la festa di S.Geminiano non può fare a meno di lasciar correre i suoi ricordi, tornando ai commilitaoni lasciati nella neve della ritirata di Russia in quel gennaio del 1943, quando assieme ad altre centinaia di migliaia di militari iniziò una marcia di 700 chilometri nella steppa per raggiungere il resto dell’esercito italiano.

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Felice Dallari oggi ha 92 anni; la sua memoria è nitida come le due fotografie stropicciate che è riuscito a salvare, le uniche che testimoniano la sua campagna di Russia. Da Kiev, dove fu ricoverato per un giorno prima di rientrare in Italia con l’ultimo treno ospedale che riuscì a partire, Dallari portò a casa la vita anche se i piedi erano atrofizzati e a Milano gli buttarono via i talloni che caddero da soli: cancrena.

«È stata dura, molto dura - ricorda oggi nella quiete della sua casa - Siamo partiti in 800 e siamo tornati in 18, compresi i feriti come me. Io mi ero arruola perchè pensavo di fare il motorista: ferma biennale, corso gratuito a reggio Emilia per imparare un mestiere che mi piaceva e in più avrei avuto anche i gradi da sottufficiale. La guerra pareva sul punto di finire; l’esercito italiano e quello tedesco sembravano pronti a dare la spallata finale ai russi».

A vent’anni, in quel dicembre del ’41, la propaganda del regime era un coro senza stonature. Dallari indossa senza incertezze la divisa a dicembre, a metà corso ottiene i gradi da caporale e dopo sei mesi è caporalmaggiore. Non fa a tempo a sognare quelli da sergente, pure promessi e che non avrà mai, che arriva l’ordine di partenza per la Russia.

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AL FRONTE RUSSO. Da Guastalla, dov’era con il 32° gruppo nel reggimento di artiglieria, parte per il fronte russo nel luglio del ’42. Fa solo a tempo a salutare la famiglia a Campogalliano quando viene a Soliera a caricare le munizioni. Poi due settimane di viaggio filate, sempre nella tradotta militare, senza soste e soprattutto senza cibo caldo.

«Quando siamo arrivati sul treno ci siamo accorti che si erano dimenticati di caricare le cucine da campo, avevamo solo scatolette e poco altro con confezioni di lunga conservazione».

Se la prova della disorganizzazione li porta a mugugnare e ad arrangiarsi, tagliando nel vagone officina i bidoni di carburante vuoti per trasformarli in una cucina volante, è a Varsavia che capiscono cos’è la guerra. «In stazione vicino a noi lavoravano prigionieri russi ed ebrei, uomini e donne sui binari - ricorda Dallari - Noi siamo rimasti di sale vedendo che sfidavano i colpi di fucile per raccogliere le nostre scatolette buttate. Vuote, capisce? Cercavano solo qualche briciola». Arrivati al fronte l’avanzata è sui camion, ma la polvere diventa fango con la pioggia che blocca le ruote degli automezzi. E appena arrivati sul Don, dopo aver montato e smontato i cannoni perchè i russi si ritirano in continuazione, arriva l’ordine di arretramento.

DIVISIONE PASUBIO «Ero con la Divisione Pasubio - continua Dallari - Subito noi artiglieri ci accorgemmo che i nostri nove cannoni, capaci di sparare proiettili a venti chilometri di distanza, erano inutili sul ghiaccio. In ritirata lasciammo tutto e ogni volta che si facevano sotto i russi avevamo ordini contradditori, tra combattimento e arretramento. Partì subito il “si salvi chi può”. Noi eravamo impreparati a tutto: scarpe e cappotti non erano attrezzati per i 40°- 45° sotto zero durante 16, 18 ore di marcia al giorno, senza interruzioni. Mangiare? Un sogno, anche perchè con quel freddo non potevamo addentare nulla. Ci aggregammo con altre migliaia di commilitoni dietro ai panzer tedeschi, marciando notte e giorno, con piedi e mani congelate. Moltissimi caddero lungo la pista, morirono nel gelo. Tanti furono fatti prigionieri senza combattere: erano disarmati o senza neppure i proiettili. Io ho avuto fortuna, sono sopravvissuto nonostante tutto. Questa è la mia testimonianza».

Saverio Cioce

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