Malati di leucemia, una speranza in più grazie a un modenese
Policlinico, paziente arruolato in una ricerca internazionale Siero e staminali emopoietiche, danni collaterali al minimo
Nella svolta per i trapianti ai malati di leucemia c’è anche l’aiuto di un paziente modenese, arruolato per uno studio clinico internazionale.
Il suo caso clinico, assieme a quelli di altre 167 persone con la stessa patologia in Italia, Germania e Spagna, è stato determinante per convincere la comunità scientifica internazionale e i medici che operano negli ospedali a cambiare il metodo con cui vengono trapiantate le cellule emopoietiche. La ricerca, ora diventata verità scientifica, è stata appena pubblicata dal New England Journal of Medicine ed è nata dall’intuizione di Francesca Bonifazi, 46 anni, medico al reparto di Ematologia del S.Orsola di Bologna.
Lei, assieme ai colleghi Nikolaus Kroger di Amburgo e Carlos Solanas di Valencia, ha messo a punto una pratica che ora ha passato tutte le fasi della sperimentazione scientifica e che servirà a salvare la vita di migliaia di persone oltre che evitare l’invalidità a molte altre. Basta dare un’occhiata a Modena per vedere che ogni anno ci sono altri 40 nuove diagnosi di leucemie acute, ad alto rischio; anno dopo anno vanno ad aggiungersi agli altri, con un incremento che è ben superiore a quello della media nazionale.
Le cause? Ignote, finora. Oggi l’unica soluzione per i casi gravi è il trapianto di midollo osseo o di “sangue periferico”, ovvero le più diffuse cellule staminali emopoietiche.
«Queste ultime sono sicuramente le preferite da parte del donatore e sempre più spesso anche del ricevente - spiega il dott. Franco Narni, professore associato di Ematologia e responsabile dell’unità che si occupa di trapianti nello stesso reparto al Policlinico - Direi che, fatte le debite differenze tra i vari casi, nel 70% dei casi la scelta cade proprio sul trapianto delle staminali. Il donatore ad esempio può fare la donazione in tempi brevissimi, in giornata, niente ricoveri a differenza del midollo».
Questa versatilità e facilità nel “travasare” le cellule da un fratello o sorella al paziente aveva però sinora una gigantesca controindicazione. In estrema sintesi: al momento del trapianto per via endovenosa assieme al sangue arrivano anche i linfociti, i guardiani del sistema immunitario. Però molto spesso questi ultimi, combattendo la leucemia del paziente che le riceve, dall’altro passano come rulli compressori su vari organi scatenando una malattia gravissima, degenerativa, paragonabile alla Sla. «La sopravvivenza nei tempi brevi viene garantite ma al prezzo di una vita ridotta al minimo - aggiunge il dottor Narni - Il Ght desease è una malattia invalidante, non c’è dubbio. Bene, con la nuova tecnica prima dell’intervento viene iniettato al paziente un siero ricavato da conigli opportunamente trattati». Così i linfociti vengono guidati in modo da bilanciarne l’azione.
Nei 168 pazienti trattati il rischio di Gvhd è crollato dal 68,7 al 32%. E nei casi più gravi, quelli mortali, il calo va dal 50% al 7%. Il paziente modenese, a distanza dal trapianto con il nuovo siero, sta bene e gode di buona salute.
Saverio Cioce
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