Gazzetta di Modena

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Festa di San Geminiano a Modena Il vescovo: dialogo e solidarietà

di Luca Beltrami
Festa di San Geminiano a Modena Il vescovo: dialogo e solidarietà

Era la prima celebrazione del patrono per monsignor Erio Castellucci, nel segno della sobrietà La benedizione con il braccio del Santo, al quale i fedeli hanno reso omaggio nella cripta

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MODENA. Tradizione e sobrietà, uno stile personale nella festa di tutti i modenesi. Il primo San Geminiano del vescovo don Erio Castellucci è stato questo: rispetto del cerimoniale in una celebrazione senza troppi fronzoli.

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In un Duomo gremito, il vescovo ha presieduto una liturgia durata poco più di un’ora e mezza, nella quale ha mandato il suo messaggio alla chiesa e alla città, ha utilizzato il viaggio di Geminiano a Costantinopoli come metafora del percorso di vita di ognuno e ha ripreso alcuni spunti già lanciati nella Lettera alla Città.

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Lo stile pastorale a cui sta abituando tutti dal suo arrivo a Modena è stato anche quello che ha caratterizzato la messa pontificale, la più partecipata nella giornata dedicata al Patrono.

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La benedizione dell’assemblea col braccio del santo ha aperto la celebrazione, che è poi proseguita col saluto ai fedeli, ai religiosi e alle autorità presenti, nel quale don Erio ha ribadito la disponibilità al dialogo, altro punto che contraddistingue il suo magistero: «La solennità di San Geminiano – ha spiegato il vescovo – è l’occasione più alta nell’anno per rafforzare la collaborazione tra tutte le autorità che operano per il bene comune, in un’alleanza qui a Modena davvero molto stretta».

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Nel San Geminiano delle prime volte, come quella di don Giuliano Gazzetti da vicario generale della diocesi, non sono mancate le tradizionali processioni alla cripta, dove migliaia di fedeli hanno reso omaggio alle spoglie del santo, e la statua del Patrono illuminata dalle tantissime candele accese dai devoti.

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Nell’omelia, breve e ricca di contenuti, il pastore della chiesa modenese ha parlato della necessità di imbarcarsi nel viaggio della vita, o meglio dell’impossibilità di non farlo, e ha messo i fedeli di fronte all’importanza di porsi obiettivi che vadano oltre l’interesse personale, accettando le proprie responsabilità: «L'esistenza di ogni essere umano è un viaggio: non possiamo scegliere tra muoverci o stare fermi; come disse il filosofo Pascal, noi siamo imbarcati nel viaggio della vita. La nostra esistenza terrena è una traversata, che ha un inizio e un approdo, e si inoltra qualche volta su sentieri faticosi, e rotte inattese. Noi non disponiamo della mappa completa della nostra vita, abbiamo però una possibilità: – aggiunge don Erio – scegliere tra un viaggio solitario o un viaggio comunitario: e non penso semplicemente ad un viaggio con altri ma ad un viaggio per altri».

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Il viaggio per altri, la solidarietà, l’aiuto ai più deboli. È questo il cuore del messaggio che don Erio manda alla comunità modenese, perché «il senso della vita lo trova chi viaggia per gli altri, anche se questo comporta più fastidi e maggiore responsabilità». Come Gesù, che, dice il vescovo, «non ci lascia alibi: vuole che anche noi viaggiamo per i fratelli. Nella misura dei nostri compiti ecclesiali, familiari, professionali, civili, politici e militari, noi siamo “responsabili” dei nostri fratelli».

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Tutti, anche i santi, hanno paura delle responsabilità, come ha raccontato lo stesso Castellucci citando l’episodio della fuga del giovane Geminiano per evitare di diventare vescovo, perché le responsabilità «prestano il fianco a critiche e accuse e rendono vulnerabili. Per questo richiedono grande libertà interiore e dedizione disinteressata: conquiste mai del tutto raggiunte. E richiedono soprattutto di mettersi dalla parte dei deboli, di coloro che sono più esposti alle ingiustizie.

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Richiedono, come ho provato a dire nella Lettera alla Città, di considerare sempre l’essere umano prima delle categorie a cui appartiene, di mettere sempre il sostantivo “persona” prima di ogni aggettivo. La “compassione” che prova Gesù di fronte alle folle stanche e sfinite – continua don Erio, invitando alla riflessione la sua Chiesa e la città –, non è alternativa alla giustizia, ma ne è l'anima: compensa quella debolezza che spesso rende impossibile agli ultimi di far valere i loro diritti».

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E conclude con un avviso ai naviganti: «Chiediamo al Signore, per l’intercessione del nostro grande protettore Geminiano, di navigare sempre per gli altri, sapendo che, giunti al porto, il Signore ci domanderà se avremo accolto nella nostra barca chi spesso viene abbandonato in mare aperto, perché non ha la possibilità di costruirsi da solo l’imbarcazione e di affrontare degnamente la traversata».

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