Kevin Lasagna ai giovani calciatori di Golden Boys: "Sono uno di voi"
L'attaccante del Carpi eroe di San Siro col gol all'Inter racconta la sua favola: "Mi sono fatto da solo. E ricordatevi di pulire sempre le scarpette"
MODENA. Scambiare due parole con lui, ti riporta per un attimo ad una dimensione in cui il calcio torna ad essere uno sport fatto sì di tanta emozione, ma di quella più semplice, genuina, meno gridata ed eclatante, in cui ritrovano spazio una certa umiltà e soprattutto tantissima educazione. E non è male per un giocatore di 23 anni che di scalpore e can can mediatico ne ha suscitati a dismisura dopo il suo primo gol in serie A, arrivato al 92’ in quel tempio del calcio che è il Meazza di Milano, il 24 gennaio scorso. Tanto basterebbe per “sentirsi qualcuno”, cavalcando l’onda dei caroselli di tifo scatenati e della girandola d’irriverente ironia, data dal suo cognome curioso, che hanno fatto il giro del web. Ma non per Kevin Lasagna, che è invece di poche e buone parole, determinato di carattere quanto riservato e a tratti timido, mentre parla con la semplicità di un ragazzino della favola inaspettata che ha vissuto: “E’ stata un’emozione così grande, che è quasi indescrivibile. L’estate scorsa, durante il ritiro, mi è stato chiesto quale fosse il mio sogno. Ho risposto che mi sarebbe piaciuto segnare a San Siro contro l’Inter. Sono contento di esserci riuscito, per me ma soprattutto per il Carpi, perché abbiamo strappato un pareggio importantissimo. Mi ha fatto effetto fare gol all’Inter, che tifavo da bambino, ma quando si diventa professionisti, il tifo bisogna metterlo da parte e pensare solo alla squadra in cui si gioca. Non mi sento affatto “arrivato” o “qualcuno”, perché non bisogna mai smettere di lavorare per migliorarsi, né mollare se qualche provino è andato male come è successo a me agli inizi”. Una determinazione e un senso dell’impegno, che gli arrivano infatti dalle origini, sia familiari che sportive. Là dove il calcio è innanzitutto una scuola di vita, in cui oltre all’amore per un gioco appassionante e l’indubbio talento, contano l’educazione e il rispetto. Valori da far propri prima come persona e poi da mantenere vivi quando si calcia un pallone. “L’educazione che metti in campo, così come l’impegno e la voglia di arrivare, provengono dalla famiglia - puntualizza Kevin - e io mi ritengo fortunato, perché i miei genitori mi hanno lasciato libero di vivere la passione per il calcio, così come di credere che potevo arrivare in alto, in modo semplice e naturale, ma soprattutto educato e rispettoso per me e per gli altri. Ricordo con gioia i miei primi calci ad un pallone come pulcino della San Benedettina, la squadra del mio paese, così come quelli con i miei amici in qualche campetto improvvisato dopo la scuola. Ho sempre vissuto il calcio come un divertimento. L’approccio più professionistico è arrivato invece nei quattro anni di giovanili col Chievo - continua Lasagna - lì mi hanno insegnato l’importanza della correttezza verso l’avversario, così come ad aver cura delle scarpe, che dovevano essere sempre pulite. Non mi sono dimenticato di mamma e papà però. D’estate infatti, quando col calcio ero fermo, li aiutavo con il loro banco al mercato”. Un legame con la famiglia, quello di KL15, come ama farsi chiamare, tanto forte ieri quanto oggi. E che proprio oggi diventa non solo un esempio, ma anche un monito per quei genitori che invece, durante la tristemente nota partita tra Fiorano e Solierese, sono venuti alle mani.”Dispiace vedere come una semplice partita sfoci in rissa - ammette Lasagna - quando dovrebbe essere solo occasione di divertimento. I miei genitori, insieme a mia sorella e alla mia ragazza, mi seguono sempre, ma è un tifo “sano”. Ed è anche grazie a loro se sono diventato il professionista che sono”.
Ragazzi di Golden Boys, questa è una bella lezione: da imparare a memoria e non dimenticare.
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