La lezione di Hernan Crespo «Umiltà, volontà e rispetto»
L’allenatore argentino dei canarini si racconta da bimbo e da adolescente Ed è un viaggio che incanta: la dittatura, l’esordio, il successo e l’Italia che ama
MODENA. «Quando avevo 18 anni ed iniziavo ad avere un grande successo nel pubblico un mio compagno gli disse “ma adesso inizierai a tirartela”. Sbagliato. Non c’è motivo, perché le persone sono tutte uguali, e non deve cambiare se sei un fruttivendolo o un calciatore. Noi calciatori abbiamo solo più visibilità ma per riuscire dobbiamo restare noi stessi, questo è l’insegnamento importante che mi ha dato la mia famiglia». Hernan Crespo, fenomenale campione nella storia del calcio, oggi allenatore del Modena, comincia così il suo incontro con i ragazzi Voci dal Branco. Con un grande messaggio di umiltà.
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Racconta anche di quando prima di diventare un attaccante affermato nel campionato argentino andò in discoteca e dopo una lunga fila non lo fecero entrare. Lui sconosciuto tenuto fuori, gli amici ammessi. «Un mese dopo l'allenatore mi fece esordire nella serie A, era venerdì, vincemmo e segnai due gol. Al sabato gli amici volero uscire, proposi di tornare alla discoteca. Il titolare che mi aveva cacciato ora mi abbracciava e mi voleva far passare senza fare la fila. Gli ho detto di no, gli ho detto che non ero lì per entrare, ma per far entrare i miei amici, perché le persone non cambiano, ma è il mondo intorno che ti vede con occhi diversi».
Hernan si racconta bimbo.
«Mia madre mi mandava in camera e requisiva il pallone. Aprivo il cassetto, raggomitolavo le calze e avevo il mio pallone, l’armadio aperto era la porta. Nel calcio non servono solo i muscoli, ma il cuore e il cervello... Così bisognava usare l’immaginazione quando non c'era un campo».
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Erano i tempi di dittatura.
«Ricordo mia madre che è stata obbligata a impegnare gli anelli per dare da mangiare ai soldati bambini mandati alla guerra della Falklands, con la televisione che diceva stiamo vincendo e la domanda era “Ma contro chi?”. La democrazia e la libertà di parola sono il diritto fondamentale, una ricchezza unica. Ragazzi, la dittatura no...»».
Perchè un campione come te è rimasto in Italia?
«Non ho origini italiane, ma mi sono innamorato del modo in cui l’Italia vive, del cibo, di come in ogni regione ci sia un attaccamento così forte e al valore della famiglia. E poi perchè da piccolo ero cresciuto nel mito dell’Italia campione del mondo nel 1982, dell’Italia imbattuta dall’Argentina 4 anni dopo».
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E qual è il prezzo del successo nello sport?
«Ho dovuto rinunciare a tante cose, il successo non te lo regala nessuno, devi saper prendere la valigia e partire, ma quando ti trovi in un altro continente e alla sera spegni la luce senti la mancanza della famiglia, poi perdi la concezione di certi valori: non c’erano feste, solo ritiri e allenamenti. Sto scoprendo solo ora il bello di uscire in coppia o di un bicchiere di vino il sabato sera».
Ma si emerge sempre così?
«No. Tra i 10 e i 16 stavo solo in panchina, ma non mi sono arreso. È arrivato il mio momento e l’ho colto, riuscendo a partecipare a tutte le competizioni in cui un calciatore sogna di giocare. Anzi, ho superato i sogni...».
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Perchè il tuo Modena di oggi fatica così tanto fuori casa?
«Me lo domando anch’io - sorride - Sto provando a far passare ai ragazzi la paura. Voglio sempre una squadra che giochi a calcio, che non è solo giocare a pallone. Quando sono arrivato c’erano tante difficoltà, ci sto lavorando e sogno una squadra pronta per questa nuova e coraggiosa concezione, che diverta comunque il suo pubblico».
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Giocavi all’attacco. I difensori più forti che hai incontrato?
«In argentina sono cresciuto nel mito di Baresi. Quando sono arrivato in Italia, in una delle prime partite mi arriva una botta fortissima da dietro, io mi alzo per contestare e vedo che è proprio Baresi, lo avrei abbracciato per l’emozione... Pensate poi che ho sempre desiderato giocare e misurarmi contro i più forti. Tanto tempo dopo, quando avevo già 36 anni, mi sono ritrovato contro Thiago Silva. Sulla palla arrivava lui, mi anticipava, correva più forte, era più tosto di me. Ho capito che con i più forti non potevo più competere. Era arrivato il momento di smettere, di ripartire da allenatore».
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